Dalla strada su su, fino alla torre d’avorio

Il filosofo sloveno Slavoj Zizeck a Occupy Wall Street
di Alberto Mucci
CHICAGO – Dall’occupazione all’istituzione, forse dovrebbe essere questo il nuovo slogan del movimento Occupy. Che sia l’avanzata del freddo inverno americano, la perdita temporanea di slancio politico o la calma prima di nuove più tumultuose proteste, Occupy, che da mesi scuote il dibattito politico americano, si sta lentamente spostando dalle piazze verso le sale dei musei, le aule universitarie e le case editrici. Non che questo indichi la fine del movimento.


È troppo presto per giudicare, ma la velocità con cui Occupy sembra si stia «istituzionalizzando» è sicuramente degna di nota. Lo scorso 26 gennaio il Museum of the City of New York, tra i più importanti musei della grande mela, ha inaugurato la prima mostra consacrata al movimento. Lo scorso dicembre, la casa editrice autodefinitasi «radicale», Verso Books ha pubblicato Occupy: scenes from occupied America, il primo libro dedicato al movimento nato a New York lo scorso settembre.
Contemporaneamente diverse università americane – New York University, Columbia University e Roosevelt University – hanno inaugurato nuovi corsi, a cavallo tra i dipartimenti di antropologia e quelli di politica, incentrati sul fenomeno Occupy. Tra i manifestanti la notizia ha scatenato sentimenti forti e contrastanti. Sarah Shiley, ex docente di filosofia e ora un’attivista di Occupy Chicago, confessa a Europa di «essere preoccupata di questo processo di istituzionalizzazione. Nel significato stesso della parola Occupy è implicita una connotazione di trasgressione e di riappropriazione di uno spazio perduto. Quello che il movimento richiede è una richiesta di democrazia radicale possibile soltanto tramite l’appropriazione dello spazio pubblico. Nei musei e nelle università che senso avrebbe la parola occupazione? Si svuoterebbe del suo significato primario e più radicale».


Al contrario attivisti come Ryan Farris, studente di linguistica, sono più entusiasti e non vedono nelle nuove iniziative minacce al movimento: «È il segno che le istituzioni ci considerano un attore politico importante. Molti aspettavano da anni che un movimento simile prendesse piede. Ora è arrivato, ed è normale che un gran numero di persone, che siano studenti o professori, ne vogliano far parte. Più persone partecipano – ciascuno secondo la propria capacità – secondo me, meglio è».
Non è la prima volta che un movimento sociale viene cooptato all’interno delle istituzioni: dalle prime ondate del femminismo, ai gruppi marxisti o leninisti radicali, ai movimenti di lotta per i diritti degli afro-americani, molti degli esponenti di queste organizzazioni, una volta terminato il momento di piazza, hanno trovato rifugio nelle cosiddette torri d’avorio. Ormai è quasi impossibile trovare un’università americana che non abbia un dipartimento digender/women studies o african-american studies. Se questa “istituzionalizzazione” sia da considerarsi un fallimento o meno, dopo diversi decenni, è un argomento ancora oggetto di un intenso dibattito a cui per il momento non c’è risposta.


Per alcune femministe, ad esempio, ottenere cattedre all’interno dell’università era fin dall’inizio uno degli obbiettivi per cui combattere; per altre invece questo sviluppo è stato una dannazione che ha tolto energia vitale al movimento, confinando le sue idee in un linguaggio accademico troppo difficile e accessibile soltanto a pochi eletti. Se per Occupy sarà lo stesso è troppo presto per dirlo, ma come ammonisce il filosofo sloveno, Slavoj Zizek, in Non Innamoratevi di Voi Stessi, il capitoletto scritto all’interno di Scenes from Occupied America, «l’unica cosa di cui ho paura è che un giorno finiremo per incontrarci una volta all’anno, berremo birra insieme e con nostalgia, ci ricorderemo dei bei momenti passati alle manifestazioni. Promettete a voi stessi che non sarà questo il caso. Sappiamo che le persone spesso desiderano qualcosa che in fondo non vogliono. Non abbiate però paura di volere davvero ciò che desiderate».


Un’esortazione che suona più che mai come un avvertimento ai manifestanti di oggi e una dura critica agli attivisti di ieri. Forse è lecito inferire dalle parole di Zizek che le cose sarebbero potute andare diversamente se le manifestazioni fossero rimaste in piazza, dunque il suggerimento indiretto agli occupiers di oggi di non imitare i propri genitori. «Tra i movimenti di fine anni Sessanta e quelli di adesso ci sono ovviamente differenze, ma anche similitudini da tenere in considerazione quando si analizza Occupy – ci dice Jeffrey Edwars, docente di politica della Roosevelt University di Chicago e titolare del nuovo corso incentrato su Occupy –. Nel ’67-’68 le manifestazioni, almeno negli Stati Uniti, sono esplose al culmine dello sviluppo economico del paese; oggi invece siamo in un periodo di crisi dove è più facile capire il disagio creato dal sistema attuale. La similitudine è però che in entrambi i periodi storici i manifestanti hanno messo in discussione l’idea di capitalismo. A fine anni Sessanta le critiche provenivano da posizioni basate su ideologie simpatizzanti con il socialcomunismo. Al tempo era possibile perché la sinistra americana era ancora una forza politica con una certa influenza in America. Finiti gli anni Settanta la sinistra è quasi del tutto scomparsa».Se si guarda a Occupy, infatti, prosegue Edwars, «i manifestanti che si dichiarano simpatizzanti con idee comuniste sono davvero pochi. Oggi c’è più voglia di democrazia radicale. La critica è al capitalismo che ha rovinato il sistema di governo con una commistione sempre più inadeguata tra affari e politica, non al capitalismo stesso. La forma radicale di democrazia diretta che le assemblee di Occupy tentano di sperimentare è una riappropriazione del ruolo che il cittadino comune dovrebbe avere».
La differenza più fondamentale è che oggi nessuno – occupiers inclusi – ha un’alternativa da proporre al capitalismo, ma soltanto critiche. Quando si protestava a fine anni Sessanta, in America come in Europa, dall’altra parte del muro di Berlino, per quanto criticabile, sussisteva la presenza fisica e palpabile di un modo diverso di organizzare la società.


Con un’utopia comunista esistente, almeno nominalmente, era più facile lottare e aspirare a un’alternativa. Oggi quell’alternativa non c’è più, tra i giovani e tra gli occupiers quasi nessuno crede nella possibilità di creare una realtà comunista. Come ricorda Zizek nel suo capitolo di Scenes from Occupied America, gli ultimi regimi comunisti sulla terra come la Cina sono l’esempio di capitalismo più vorace e cruento. «Gli occupiers di oggi – continua Edwards –, come del resto tutti, non hanno un’ideologia pronta da contrapporre al sistema contemporaneo. Ma chi dice che non hanno una serie di richieste specifiche fa una critica ingiusta, ci stanno provando più di qualsiasi altro movimento sociale dell’ultimo decennio. Per quanto riguarda il tentativo istituzionalizzazione del movimento invece, direi che ha più a che fare con le persone dentro le istituzioni molte delle quali erano in piazza quarant’anni fa. Di conseguenza non posso che essere entusiaste delle manifestazioni di oggi. Non penso dunque che sia un rischio per Occupy, forse soltanto l’ammissione indiretta del fallimento della precedente generazione».
 
Questo articolo è originariamente apparso con lo pseudonimo Andrea Wilbur su: Europa Quotidiano

 

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