Austin, nuova capitale delle startup

logo promozionale per la settimana delle startup a Austin
di Alberto Mucci
 
AUSTIN – La pausa caffè alla facoltà d’ingegneria dell’Università del Texas a Austin è un’esperienza surreale. Tutto è automatizzato. Dall’ordine al bancone fino alla tazza fumante in mano tutto passa attraverso l’intelligenza artificiale di un computer. Come se questo non bastasse, per i più impegnati è disponibile una nuova app per iPhone che permette di ordinare il caffè con il proprio cellulare ed essere avvertiti quando è pronto per essere consumato. Ai tavoli in metallo argentato sparpagliati nella caffetteria siedono decine di ingegneri ed entusiasti del web intenti a scambiarsi idee su futuri progetti o a commentare le nuove trovate della Apple.
 
“The place to be”
Ormai la Silicon valley non è più l’unica mecca per gli aspiranti imprenditori di internet. Con calma stoica Austin, la capitale del Texas, lotta per essere, come dicono negli Stati Uniti, “the place to be”, il posto dove stare. «Questa città è l’ultimo bastione attivo del sogno americano. Qui è possibile arrivare con un’idea, impegnarsi e fare fortuna contando soltanto sulle proprie forze. Poca burocrazia, tanti incentivi fiscali e molti soldi, non vorrei essere da un’altra parte», afferma deciso Justin Weibnerg, 22 anni, studente di ingegneria dei sistemi all’Uta (università del Texas a Austin). Il suo sorriso è sicuro, gli occhi sgargianti e le prospettive per il futuro, a differenza di quelle di molti dei suoi coetanei, più che incoraggianti. Ma la sua storia non è certo unica, anzi del tutto simile a quella degli altri settemila studenti della scuola d’ingegneria dell’università. Infatti, dopo i soliti nomi noti di Stanford, Mit e Berkeley, Austin è, per l’high tech, tra i più importanti centri del paese.
 
Un settore che non conosce crisi
Non a caso la crisi economica per Justin è un fenomeno che esiste soltanto sui giornali, nei discorsi al bar o in televisione. Il suo settore ne è stato a malapena scalfito: l’economia della rete gira senza fermarsi, il mondo delle startup (il termine che gli addetti ai lavori usano per le nuove iniziative imprenditoriali) è in continuo fermento, con centinaia di idee e milioni di dollari che vi ruotano intorno.
Negli Stati Uniti ormai basta salire sulla metropolitana di qualsiasi grande città per essere inondati di pubblicità delle nuove imprese del web: Groupon, Foursquare, Grub, BuddyMedia sono soltanto alcuni dei nomi a cui i pendolari sono quotidianamente esposti. Non solo: secondo uno studio del National Venture Capital Association (Nvca) nel 2011 gli investimenti nelle startup da parte di società, o come si dice nell’ambiente “angel investors”, nonostante la crisi, sono aumentati del 21 per cento rispetto al 2010. In un editoriale dell’ottobre scorso su Scientific American, la rivista dell’establishment scientifico americano, il sindaco di New York, Michael Bloomberg, ha dichiarato: «Le compagnie fuoriuscite indirettamente dalle menti dei laureati del Mit hanno creato nell’area di Boston ricchezza equivalente a duemila miliardi di dollari, quanto il pil del Brasile».
Il punto di Bloomberg è che l’economia di internet ha ormai un peso sempre maggiore sulla ricchezza di un paese e per essere una potenza del nuovo mondo globalizzato di oggi non si può prescindere dal settore web. «Solitamente una startup di successo – racconta a Europa John Taylor, responsabile della ricerca presso il Nvca – in dieci anni cresce dalle poche menti che hanno scommesso sull’idea originale fino ad assumere intorno ai mille impiegati». Per di più lo stipendio medio pagato da una compagnia del web è di 63 mila dollari, circa il 20 per cento maggiore di quello di un impiegato comune.
Il ragionamento è semplice: il futuro è internet, sempre più ricchezza e occupazione viene e sarà prodotta sul web e allora perché non facilitare questo tipo di iniziative?
 
Il richiamo delle (poche) tasse
Il Texas lo ha capito da un pezzo. Già molto è stato detto sul regime fiscale favorevole del Lone Star State: tasse più basse, facilitazioni e incentivi statali; ma oltre a queste caratteristiche Austin si avvantaggia di altri fattori fondamentali: il 38,8 per cento dei suoi residenti sono andati all’università (una media ben superiore al resto del paese che si ferma al 15,5 per cento), il prezzo degli affitti è mediamente il 16 per cento più basso rispetto alla media nazionale (il 300 per cento inferiore rispetto alla Silicon valley) e le piccole dimensioni della città facilitano il trasporto e la vicinanza e quindi lo scambio con gli imprenditori.
Può a prima vista non apparire importante, ma è una caratteristica fondamentale per un tipo d’impresa che è costituita fondamentalmente da un’idea di base che deve poi trasformarsi in un concetto di successo. Paul Graham, il presidente di Y Combinator e una delle menti più ascoltate del mondo dell’imprenditoria del web, ha detto una volta che «la migliore cosa capitata a Mark Zuckerberg è stata quella di incontrare Sean Parker», poi diventato il fondatore di Napster. Il punto è che per imprese basate sulle idee, la vicinanza con altri imprenditori e menti affini crea una forza cinetica di opportunità che non ha paragoni. Altro catalizzatore d’impresa storico della città è l’Austin Technology Incubator (Ati), che dal 1989, anno della sua fondazione, ha investito 750 milioni di dollari in 200 startup “locali” e negli ultimi anni di “grande recessione”, altri 70 milioni di dollari in 50 nuove entità del web.
 
Un corso di startup
Per il resto ci pensa lo stato. Il governatore del Texas, Rick Perry, lo stesso candidato alle primarie repubblicane, nel 2005 ha istituito l’Emerging Technology Fund (Etf) che dall’inizio della sua attività ha investito 320 milioni di dollari in 167 società dell’area di Austin. Unica condizione è dover essere legati in qualche modo all’Università del Texas. Lì l’attenzione, come spesso accade negli Stati Uniti, è tutta diretta agli aspetti pragmatici dell’imprenditoria, molto meno alla teoria. Addirittura nella facoltà d’ingegneria è possibile seguire un corso chiamato “one semester startup” in cui gruppi di studenti con un’idea editoriale in testa possono testare le loro capacità attraverso esperti in grado di metterli in contatto con possibili investitori. L’aiuto però finisce lì e che l’idea sia buona o meno il gruppo di studenti deve poi reggersi sulle proprie gambe.
La Silicon valley è un osso duro da sfidare data la potenza di fuoco delle compagnie che vi risiedono e l’affermato ecosistema d’impresa che ne è la caratteristica fondamentale. Non significa però che altri hub tecnologici non possano affermarsi: il mercato delle startup non è un gioco a somma zero ed è aperto a numerose storie di successo. La sfida a questo punto sarà quella per le migliori menti e i nuovi centri dell’high tech dovranno darsi da fare per sedurle. 
Questo articolo è apparso originariamente con lo pseudonimo Andrea Wilbur su: Europa
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