Guarda chi si rivede? La stampa underground

 

 

le copie del secondo numero andato in stampa  dell’Occupied Chicago Tribune



di Alberto Mucci


CHICAGO – È il ritorno della stampa militante, delle pubblicazioni radicali e delle opinioni sovversive. Con questa intensità non accadeva negli Stati Uniti dalla fine degli anni Sessanta. Oggi come allora a fare da forza trainante è un movimento sociale di protesta e uno scontento popolare che cerca una sua voce politica. Al tempo fu l’antagonismo alla guerra in Vietnam, il movimento pacifista e la musica rock; oggi, seppur con minor traino sociale, è l’idea spronata da Occupy, il movimento di protesta nato a New York lo scorso settembre e poi divampato nel resto degli Stati Uniti.

Così mentre la protesta si diffondeva nelle principali città del paese, di pari passo, sono sorti giornali, riviste e rotocalchi per dare voce al movimento, alle sue azioni e alle sue idee. Prima a New York, poi a Washington, Boston, Chicago, Portland e Oakland gruppi di attivisti, scrittori, artisti e semplici volontari hanno in pochi mesi e per osmosi creato decine di nuove pubblicazioni incentrate a combattere e informare il pubblico sulla questione dell’ineguaglianza economica, dell’austerità e sulle politiche della propria città e regione. Ma nonostante l’attenzione alle questioni locali – tagli all’istruzione a Chicago, ipocrisia e avidità a Wall Street e New York, violenza della polizia a Portland – una cosa accumuna tutte queste pubblicazioni: la scelta di usare il nome della principale e più grossa testata cittadina – copiando il suo logo, il suo carattere tipografico e la sua disposizione della pagina – con l’aggiunta provocatoria della scritta “Occupied” disposta davanti in bella vista e spesso in rosso acceso a ricalcarne l’importanza (anche se la scelta del colore rosso in America non ha le connotazioni che ha per la sinistra europea).


Così il Wall Street Journal è diventato l’Occupied Wall Street Journal, il Chicago Tribune ha dato vita all’Occupied Chicago Tribune, il Portland Tribune si è trasformato nel Portland Occupier e lo stesso è accaduto per Boston e le altre città.
Ma la vita del saggista e giornalista militante non è facile, soprattutto se ci sono di mezzo le leggi sul copyright e una miriade di avvocati assoldati da giornali a cui l’idea di essere sbeffeggiati non piace. La storia dell’Occupied Chicago Tribune è esemplare. In una conversazione con EuropaJoel Hadley, giornalista e membro fondatore della testata racconta: «Due giorni dopo aver pubblicato il primo numero mi ha chiamato l’avvocato del Chicago Tribune. All’inizio è stato cordiale, ma pochi giorni dopo ha detto chiaro e tondo che se non cambiavamo il nome della pubblicazione ci avrebbe fatto causa. Prima gli abbiamo offerto di rinominarci Occupied Chicago Times ma ha subito detto di “no”; poi addirittura ha affermato che non avrebbe accettato alcun nome che contenesse la lettera T. A quel punto abbiamo deciso di reagire». Dopo un mese di baruffe tra avvocati, il Tribune a sorpresa ha mollato la presa. Gli attivisti hanno vinto sotto il diritto del primo emendamento, che oltre a garantire la libertà di parola garantisce quella di satira.


Ma non tutti sono stati fortunati come gli attivisti della Windy City. Daniel Schneider, fondatore di quello che oggi si chiama Boston Occupier, racconta a Europa come «dopo la richiesta delBoston Globe ha deciso che era nell’interesse della lungimiranza del giornale cambiare il proprio nome. Una volta giunti a un accordo con il giornale, la società è stata anche cordiale». Gli attivisti di Boston hanno accettato forse anche perché il quotidiano è di proprietà del New York Times, una realtà editoriale considerata meno antagonista al movimento rispetto alle altre testate prese di mira dai gruppi di giornalisti militanti. «L’idea di fondare dei quotidiani è guidata dalla volontà di un’azione diretta di insediare degli spazi fisici con una forma di occupazione. (Queste pubblicazioni, ndr) rendono i movimenti più tangibili in un modo che i media digitali non riescono a fare». Per molti versi è dunque una protesta dal retrogusto vintage che si rifà alla tradizione della carta stampata militante di fine anni Sessanta. La pensa così John McMillian, docente di storia all’Università della Georgia e autore di Smoking Typewriters, un libro che esplora la vita breve della stampa underground di fine anni Sessanta e inizio anni Settanta, che intervistato da Europadice: «Noto senza dubbio numerose similitudini tra questi due periodi: per prima cosa l’opposizione a qualsiasi struttura organizzata e a qualsiasi gerarchia all’interno delle varie pubblicazioni underground. Per un certo verso questo mi preoccupa perché le testate degli anni Sessanta si sono esaurite dopo che molti degli attivisti hanno consumato le proprie energie in infinite riunioni aperte a tutti, dove anche l’ultimo arrivato aveva diritto di parola dato che la sua opinione contava quanto quella del fondatore. Ho paura che potrebbe accadere anche questa volta».


Come il movimento di piazza, infatti, i giornali legati a Occupy hanno deciso di operare tramite consensi editoriali del 90 per cento e soltanto alcune delle nuove testate hanno deciso di eleggere un redattore incaricato delle decisioni. In questo revival della stampa underground non sono però coinvolti soltanto i rotocalchi legati a Occupy, ma anche una marea di piccole pubblicazioni che inondano ormai i bar e le librerie alternative degli Stati Uniti.
Robin Hustle, fondatrice di una nuova pubblicazione femminista chiamata The Landline, racconta a Europa che «negli ultimi anni il numero delle persone che mi hanno contattato per scrivere prezzi o proporre progetti di vario tipo è aumentato in modo considerevole. Penso che molti siano stanchi di una stampa che, almeno negli Stati Uniti, continua a diventare sempre più conservatrice. Molti di questi scrittori non riescono più a pubblicare i propri lavori e allora vengono da me o cominciano una piccola rivista propria».


Sull’onda di questo nuovo interesse lo scorso 9-10 marzo a Chicago si è svolta la seconda edizione dello Zine festival (Zine è il nome colloquiale che viene dato a queste piccole riviste indipendenti) a cui centinaia di aspiranti scrittori, vignettisti e quant’altro si sono radunati per promuovere ed esporre la nuova generazione di stampa underground. In tempi di crisi la creatività è – che sia scelta o reazione disperata – più sollecitata e il pubblico tenta sempre di dare una propria risposta, a volte anche con successo. È presto per sapere con certezza dove andrà questo movimento ma bisogna considerarlo almeno come un primo, valido, tentativo di risposta a una crisi. 



Questo articolo è originariamte apparso con lo pseudonimo Andrea Wilbur su: Europa Quotidiano

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