Il viaggio di MItt in Israele. Parla Aaron David Miller

Romney al meeting di Aipac lo scorso marzo


Mitt Romney sferra un altro attacco frontale a Obama. È di lunedì l’annuncio che il candidato repubblicano alla Casa Bianca partirà per Israele (in data ancora da definire) dove stringerà la mano a tutti quelli che contano nei giochi politici del paese. Vedrà il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il primo ministro dell’autorità palestinese Salam Fayyad, il presidente israeliano Shimon Peres, l’ambasciatore americano a Tel Aviv Daniel B. Shapiro e i dirigenti del partito democratico Kadima, l’attuale gruppo d’opposizione.

La notizia è giunta a sorpresa e ha tutta l’aria di una sottile manovra elettorale in vista del prossimo voto presidenziale. Alla conferenza dell’American Israel Public Affairs Committee (Aipac) Romney aveva promesso con voce ferma che una volta diventato presidente «Israele sarà il primo paese che visiterò», una frecciatina neanche troppo velata al titolare della Casa Bianca che dopo la visita a Gerusalemme nel 2008, quando era ancora senatore dell’Illinois, non è più tornato. Più recentemente il candidato del Gop ha messo in chiaro che nei confronti di Israele «farà tutto l’opposto» di Obama senza però dare ulteriori dettagli ma con lo scopo esplicito di arringare una comunità ebraica americana la cui simpatia per il presidente va scemando sempre più dato il rapporto difficile instauratosi con Netanyahu sulla questione non ancora sopita degli insediamenti in Cisgiordania.

I repubblicani dal canto loro sono speranzosi che si ripeta quanto accaduto a Brooklyn nel settembre 2011, quando la comunità ebraica del nono distretto ha scelto per la prima volta nella sua storia un senatore repubblicano invece che uno democratico. Con il viaggio (probabilmente ad agosto) Romney vuole anche tenere d’occhio la comunità evangelica, da sempre un gruppo «emotivamente attaccato a Israele», racconta in una conversazione con Europa Jonathan Sarna, dell’università di Brandeis, l’istituto di riferimento della comunità giudaica americana. 



Lo sfiatamento ebraico nei confronti di Obama arriva soprattutto dalle frange ortodosse del gruppo e come ci spiega Aaron David Miller, ex consigliere nazionale di ben sei segretari di stato americani inclusi Bill Clinton e George W. Bush, «il problema principale è quello di una connessione emotiva con i sostenitori d’Israele in America.
Obama è freddo ed analitico e guarda alla questione israeliana soltanto come un quesito di sicurezza nazionale, non come un problema di valori in cui credere». La verità è che in termini di aiuti concreti ad Israele Obama non ha certo esitato: ha finanziato il sistema di difesa missilistico Iron Dome, ha approvato l’anno scorso il pacchetto di aiuti militari più grande della storia degli Stati Uniti e sta facendo tutto ciò che è in suo potere per gestire la minaccia iraniana senza impelagarsi in un conflitto. Agli americani però sembra non bastare.


Ed è proprio in queste crepe che l’astuto Romney vuole infilarsi per legittimare la sua debole voce in politica estera, un territorio finora dominio incontrastato dell’antagonista Obama. Per di più, come conclude Miller, «Romney è un candidato con poca personalità ed è sempre impacciato.


Su Israele può per la prima volta comportarsi in modo naturale ed è ovvio che farà tutto quello che può per sfruttare la situazione a suo vantaggio». Non a caso negli ultimi giorni diversi portavoce della campagna di Romney hanno ripetuto fino allo sfinimento che quello dell’ex governatore del Massachusetts è il quarto viaggio in Israele (leggi di nuovo: Obama c’è stato una volta sola) e che l’amicizia con l’attuale primo ministro Netanyahu risale al lontano 1976 quando i due uomini si incontrarono presso il Boston Consulting Group, società di consulenza aziendale allora rivale dell’ormai famosa Bain Capital.


Molti analisti si stanno anche chiedendo se il viaggio non sia in realtà la risposta alla pressione esercitata dal pluri-miliardario Sheldon Adelson che ha donato decine di milioni di dollari alla campagna elettorale del candidato del Gop. Le sue intransigenti posizioni pro-Israele, le idee interventiste nei confronti dell’Iran e l’antagonismo a qualsiasi compromesso sulla questione palestinese preoccupano un’America stanca di guerra dopo due infelici conflitti in Afghanistan e Iraq. Ma qualunque sia la ragione che sta dietro al viaggio di Romney, quella della visita in Israele è una mossa politica intelligente che mette sotto pressione Obama. Adesso tocca al presidente rispondere per assicurarsi che a novembre la maggioranza del voto ebraico resti dalla sua

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