Ormai gli e-book leggono noi. Ecco perché

Dietro allo schermo del Kindle Amazon spia le nostre abitudini. (foto via  @WallStreetJournal)
 
Leggere non sarà più un’esperienza intima, un momento solitario o un attimo di riflessione perché sempre più spesso saremo noi a essere letti dai libri. Le nostre preferenze, le parti che ci hanno maggiormente appassionato di un romanzo o quelle che ci hanno annoiato di un saggio saranno immediatamente note alle case editrici. La tecnologia è ancora ai suoi albori ma i maggiori produttori di e-books – Amazon, Google, Apple – negli ultimi tempi hanno fatto passi da gigante nel tentativo di comprendere a fondo i gusti dei lettori e sfruttare le informazioni a proprio vantaggio. 

Il sistema di analisi si chiama deep analytics e con una serie di algoritmi è in grado di aggregare in medie ponderate le preferenze di ogni singolo lettore di e-book. Per esempio, analizzando la trilogia “Hunger Games” della scrittrice americana Suzanne Collins, l’editore Scholastic è venuto a sapere che il lettore medio legge 57 pagine all’ora, che circa 18 mila utenti hanno evidenziato la stessa frase del secondo libro “perché spesso alle persone accadono fatti che non sono preparati ad affrontare” e che finito il primo volume della serie, il gesto più comune è di scaricare il secondo. In passato il rapporto tra lettore e libro è sempre stato privato. 

Non era possibile sapere se il romanzo veniva messo da parte dopo poche pagina o se invece veniva letto tutto d’un fiato; se a comprarlo erano i giovani; i bianchi; gli anziani o i ricchi. Questo presto cambierà e le case editrici potranno scegliere i loro target commerciali con cura. Tra gli editori più all’avanguardia l’americano Coliloquy che nel 2011 con il libro blockbuster di Tawna Fenske, “Getting Dumped” (essere mollati), in cui una giovane donna perde il lavoro ma trova l’amore, ha dato la possibilità ai lettori di scegliere di quale uomo l’eroina si sarebbe invaghita. Il risultato: il 53.3 per cento ha scelto Collin, un belloccio gentile alla Hugh Grant; il 16.8 per cento ha preferito Pete, un distinto collega dall’aspetto elegante mentre il restante 29.7 per cento ha indicato Daniel, il distante e freddo ex fidanzato della protagonista. Sapendo i gusti del pubblico, nella versione cartacea l’autrice ha scelto di salvare Daniel che inizialmente voleva mandare in prigione. 

Le reazioni del mondo dell’editoria sono state le più disparate. In una recente intervista al Wall Street Journal lo scrittore americano Scott Turow ha accolto con gioia la notizia dei nuovi sviluppi. Sfogandosi ha detto: “Sono anni che pubblico con la stessa casa editrice e questa non è mai stata in grado di dirmi chi legge i miei romanzi. Adesso finalmente ci riuscirà. Renderà il mio lavoro molto più semplice”. Altri invece hanno messo in guardia sul rischio di una standardizzazione basata sulla preponderanza dei dati. 

Il pericolo è che se l’unica variabile diventa il ritorno commerciale, alla lunga il talento e il rischio saranno sempre più esclusi. Pensiamo ai Viceré, il romanzo di Federico De Roberto. La prima trentina di pagine sono una lunga e meticolosa descrizione di un matrimonio della nobiltà catanese fatto di intrighi, regole non scritte e fronzoli che ad una prima lettura paiono inutili e pesanti ma più in là nei capitoli rivestono grande importanza. Se i dati degli e-book avessero mostrato che la maggior parte delle persone saltava le prime pagine, De Roberto sarebbe stato costretto dall’editore a tagliare alcune parti e i Viceré non sarebbe il romanzo che conosciamo oggi. Un rischio per alcuni inaccettabile. 

Il mercato dell’editoria cartacea devo comunque confrontarsi con la realtà che  perde costantemente terreno davanti agli e-book: nel primo semestre del 2012 il fatturato è stato di 230 milioni di dollari contro 282 milioni. Rifiutare i nuovi schemi è sempre il modo più facile e romantico di porsi davanti al cambiamento ma comporta anche grandi rischi, talvolta inaccettabili. Le case editrice e gli autori rimarranno comunque liberi di scegliere come approcciarsi alle nuove frontiere, ma intanto (e per fortuna) l’editoria può contare su un nuovo potente strumento.

Questo articolo è originariamente apparso su: il Foglio

 

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