La coppia reale dell’hip-hop corre in soccorso di Obama e organizza una festa al club più fighetto di New York

Beyoncé con la maglietta del sue eroe. Come al vero presidente Jay-Z gli da una mano. (Foto via @HiPHopNation)
 
Essere amici con “la coppia reale” dell’hip-hop americano fa sempre comodo. Sopratutto se è un anno elettorale, il tuo rivale ha molti più soldi di te e le elezioni sono alle porte. Dopo Micheal Jordan e Clooney adesso tocca a Jay-Z e Beyoncé correre in aiuto del titolare della Casa Bianca. Dove? Al 40/40 di Manhattan, il locale dello stesso Jay-Z, noto in città per i prezzi a quattro zeri, gli schermi giganti e l’imponente catasta di bottiglie di champagne che addobbano il bancone del bar centrale. Già entrare durante un normale sabato sera è un’impresa.

E se Obama siede a capotavola è ancora più dura. La cena costa 40 mila dollari e il numero di ospiti, secondo lo scoop dell’NY Post, quotidiano gossipparo d’oltre Atlantico, “non supererà  i cento”. Per il comune mortale non c’è comunque motivo di perdersi d’animo – almeno non del tutto. Come ha scritto l’ex Destiny’s Child nell’e-mail ai sostenitori del presidente: “Non ti scrivo troppo spesso, ma…. – ‘Proprio no e neanche mi chiami …’ (copyright di Jared Keller dell’Atlantic) – donando cinque dollari potresti cenare con noi”. L’episodio è indicativo. 

La tornata elettorale 2012 ha visto un affievolirsi dell’entusiasmo grassroots anche se, non si può negare, qualcosa dello spirito “dell’unione fa la forza” è rimasto. A colmare la differenza tra volontà e azione ci hanno pensato le nuove trovatetech del team ObamaCome Dashboard, una sorta di bacheca virtuale progettata da Jeremy Bird, genietto informatico alle dipendenze del presidente, che permette a tutti i volenterosi attivisti di organizzare fundraisers comodamente dal proprio computer. Dove vuoi, quando vuoi e con chi vuoi; unica regola: basta avvisare con un post. Così ne ho organizzato uno anch’io. Lontano, anzi lontanissimo, dal glamour del Mid-town newyorchese, a Pilsen, quartiere Messicano, nel sud di Chicago, in un appartamento al primo piano. Entrata gratuita, la birra a 3 dollari, le tortillas a 4, il vino anche, e per chi proprio è squattrinato una scatoletta apposita (con la foto di Johnny Cash e la scritta “Cash only” (solo contanti) come suggerito da un utente di Dashboard) si offriva di raccogliere gli spiccioli del fondo tasca. E poi tante chiacchiere politiche, confronti e progetti; lo scopo principale di tutti gli Obama party. “Che sarà?”, “che diverrà?” e “hai visto le ultime mosse subdole dell’arci-rivale Mitt Romney?”. Poi a metà serata arriva la chiamata di Marc, uno dei manager della campagna di Obama, che a nome del presidente ringrazia e incoraggia a continuare, a spargere la voce e a registrarsi per votare (“A novembre manca poco mi raccomando …”). 

Il discorso dura qualche minuto prima di un repentino saluto. Quella sera Marc telefonerà a decine se non centinaia di piccole feste in giro per l’Illinois. Il pragmatismo americano è così: accetta il lusso e il potere senza condanne o remore morali, ma sostiene e appoggia anche il più piccolo dei fundraiserssenza pensare che ci possa essere contraddizione.

 

Questo articolo è originariamente apparso su: Pubblico

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