Femen: essere nude in pubblico per un nuovo femminismo

Femen si prepara a segare una croce nel centro di Kiev. (Foto via @Femen)
L’ultima grande apparizione è stata a Kiev per protestare contro gli europei di calcio. Subito dopo un breve stunt in cui Femen, il collettivo femminista noto al mondo per le manifestazioni in topless, ha segato una gigantesca croce di legno del centro della capitale ucraina per denunciare l’ingiustizia dell’incarcerazione del gruppo punk russo Pussy Riot. Poi il silenzio.

Almeno fino a quando Inna Shevchenko, la leader in pectore del gruppo, è scappata dal suo appartamento per correre a Parigi dove settimana scorsa ha inaugurato la prima “scuola di addestramento” Femen con lo scopo “di costruire una nuova generazione di attiviste femministe”. Donne, ha spiegato, che non hanno paura di usare il proprio corpo come un’arma politica. 

Una sorta di “Fight Club” in versione femminile, dove Edward Norton è sostituito dalla  Shevchenko e il nemico invece che la società consumista e cinica è il comportamento dell’uomo misogino e “le strutture patriarcali” che ne derivano. Anche il linguaggio è simile a quello del film di Fincher: “Guerra”, “terrorismo” e “soldati”. Soltanto che per Femen sono metafore: una guerra che non uccide, un terrorismo che non ammazza e soldati che non muoiono. Solo parole forti per rendere l’idea delle difficoltà di un conflitto che ha come scopo ultimo di scuotere le persone fuori dall’apatia di un sobrio conformismo e attrarre il più alto concentrato di attenzione mediatica possibile. Perché questo, secondo Femen, è possibile soltanto facendo politica mezze nude. “Quando noi donne siamo vestite le nostre richieste vanno inascoltate e si perdono nel disinteresse generale”, racconta a PubblicoMary, 21 anni, studentessa di medicina e un attivista di Femen che preferisce non dire il cognome per evitare personalismi. 


Qualche voce scettica (e a sorpresa sono sopratutto femminili) ha già sottolineato quella che potrebbe sembrare una contraddizione: nude per attrarre attenzione? Non è un passo indietro rispetto alle conquiste sociali della donna? Per Femen “no”. Essere topless è “liberté”, una scelta individuale forte che emancipa il corpo dalla violenza della pornografia e della prostituzione. “Certo non è facile e bisogna imparare a stare nude in pubblico, ma una volta superata la barriera iniziale diventa un’assoluta liberazione”, spiega Oxana Shachko, un altro membro del gruppo, durante la presentazione a Parigi. Rincara la dose Mary: “La nostra posizione è semplice: il mio corpo e mio e faccio quello che voglio”. 


Ma all’apertura del nuovo “campo di addestramento” c’è posto anche, e sopratutto, per porsi domande sul futuro dei movimenti delle donne e fare anche un po’ di sano mea culpa.  “Dov’è finito il femminismo?”, ha chiesto sarcastica Shevchenko prima di continuare il discorso con una risposta che ha già dato decine se non centinaia di altre volte, “nelle università? nei convegni? nelle riviste?”. La gente tace senza saper cosa dire, ma la risposta è “sì, in larga parte”. Quasi nessuno (o pochi) dei gruppi femministi europei o americani ormai vanno più in strada. La forte ondata degli anni Settanta che ha portato le donne a lottare per poter vestire liberamente con pantaloni e minigonne,  poter scegliere la pillola anticontraccettiva, l’aborto (in alcuni posti) e il divorzio, dalla piazza si è lentamente ritirata nelle torri d’avorio (fenomeno che ha colpito anche gli uomini dei movimenti di estrema sinistra degli stessi anni). Basta pensare a quella che in Francia e nel mondo è forse l’attivista e filosofa femminista più famosa ancora in vita: Luce Irigaray. Dopo un debutto tra le strade delle manifestazioni belghe e francesi, si è poi sempre più concentrata in dibattiti sulla sessualità e il post strutturalismo, troppo sofisticati e intricati perché il paese reale ci badasse. Così molti si sono dimenticali di lei e delle sue battaglie. 


Femen vuole evitare questa fine a tutti i costi. Non a caso il giorno dell’inaugurazione del “camp situazionista” di Parigi già si discute di aprire altri centri a New York per avere un avamposto americano e in Brasile in vista dei mondiali del 2014 e delle Olimpiadi del 2016. Come a Kiev anche qui ci si presenterà in piazza a petto nudo contro un volgare turismo che è causa diretta dell’incremento della prostituzione e degli abusi che ne derivano. Opporsi è una giustissima causa e per imparare come farlo quando le istituzioni tacciono ora a Parigi si può. Unica condizione: essere pronte a togliersi la maglietta in pubblico alla fine dell’addestramento.

 

Questo articolo è apparso originariamente su: Pubblico

 

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