Obama e Romney a ripetizioni di tecnica oratoria.

Obama e Romney. I due, dopo mesi di insulti, sono un po’ in imbarazzo (non riescono a guardarsi negli occhi). (Foto via @DonkeyHotey)
 
Può stupire ma anche gli aspiranti presidenti sono talvolta in imbarazzo. È così per Mitt Romney e Barack Obama che dopo quasi un anno di vicendevoli attacchi infuocati domani (in serata, ora americana) si ritroveranno per la prima volta uno di fronte all’altro a dibattere le proprie proposte politiche ed economiche davanti a 50-60-70 milioni di spettatori. «Anche se sono stati in televisione centinaia di volte sono nervosi – racconta in una conversazione con Europa Alan Schroeder, autore di un libro sui dibattiti presidenziali – Non è facile guardarsi negli occhi e apparire rilassati dopo essersi insultati per mesi e mesi. Sono persone anche loro. Ma sanno anche che non possono sbagliare e lasciarsi prendere da un attimo di esitazione».

Perché i dibattiti presidenziali sono una faccenda strana. Da un lato contano davvero poco dato che nel momento in cui si svolgono – quest’anno a un mese e cinque giorni dalle elezioni – una gran numero di elettori ha già deciso il proprio candidato e addirittura in alcuni stati (primo tra tutti l’Iowa) si è già cominciato a votare. Dall’altro è anche vero che il dibattito è l’unica occasione offerta ai due contendenti di parlare direttamente a così tante persone. E davanti a una simile audience la posta in gioco è alta: non tanto per quello che viene detto (sarà la solita narrativa trita e ritrita), ma per gli imprevedibili errori e il rischio empasse dei candidati.
«Perché la stampa – come spiega a Europa William Benoit, docente dell’università dell’Ohio e consulente di comunicazione politica – è sempre alla ricerca di un gesto o di una piccola frase che sintetizzi in negativo la campagna. E bisogna stare attenti a non fornirne un’immagine che possa essere usato per questo scopo». La storia dei dibattiti politici americani né è piena: l’immagine di George W. Bush che controlla l’orologio nel mezzo di un confronto televisivo è stata presentata come un simbolo di debolezza e impazienza, Al Gore che alza gli occhi al cielo e sbuffa è stato vissuto come segno di un inequivocabile atteggiamento paternalista, lo stesso Obama che rispondendo all’allora contendente alla nomination democrat Hillary Clinton disse «piaci quanto basta» è stato giudicato come arrogante e presuntuoso.
Gli strateghi del presidente vogliono assolutamente evitare che un momento simile si ripeta (costò qualche percentuale di voto femminile all’attuale presidente). Obama è infatti conosciuto ai suoi per l’atteggiamento di supponenza che saltuariamente assume quando ha poco rispetto verso una persona (e Romney, forse non bisogna neanche dirlo, proprio non gli piace), ma anche per lo stile da cattedratico che tende a «dare una risposta da dieci minuti a una domanda da dieci secondi» (alcuni democratici addirittura usano il nomignolo “professore” per riferirsi a Obama). La settimana scorsa, in Massachusetts, il repubblicano Scott Brown ha usato il dibattito tv con la democratica Elizabeth Warren per affibiare alla sfidante l’etichetta di “professoressa”.
Obama deve evitare di trovarsi nella stessa situazione. Proprio in questi giorni, a mezz’ora da Las Vegas, il presidente si sta esercitando con l’aiuto dell’ex candidato John Kerry a evitare gaffe stile professore o atteggiamenti da intellettuale impaziente. Così con un Kerry diventato temporaneamente repubblicano che incalza sull’economia e i numeri inaccettabili della disoccupazione, Obama sperimenta battute e risposte (scritte dal super consigliere David Axelrod) con numeri specifici sull’industria automobilistica – e così per ogni possibile scenario. Inoltre è da settimane che gli strateghi del commander-in-chief cercano di raffreddare le aspettative sulla performance televisiva in modo che «se poi capita il peggio lo staff può sempre giustificarsi dicendo: “È uno statista, non un oratore”», spiega Benoit.Così tre giorni fa Obama ha accennato, quasi per caso, che Romney è un «bravo oratore» (forse i primi complimenti della campagna elettorale), Jim Messina, il manager di Obama2012, ha detto che l’ex governatore del Massachusetts è da mesi che si allena e confronta in dibattiti mentre il presidente è arrugginito da quattro anni di ufficio e di conseguenza si aspetta un’ottima performance da parte del candidato del Gop.
La cortesia – «una tradizione ridicola, ma che fa parte del gioco», ha sentenziato Schroeder – è stata ricambiata dal team Romney che ha elogiato le qualità oratorie del titolare della Casa Bianca e la precisione del suo team. Ma per quanto i vicendevoli complimenti siano ipocriti e inutili poco importa. Al dibattito resta comunque importante non sbagliare. Per Obama che può permettersi di stare sulla difensiva sarà un compito più facile, mentre per Romney che ha tanto, forse troppo, da dimostrare non sarà un impiego altrettanto semplice. Dovrà difendersi dai commenti del video di Mother Jones sul 47 per cento degli americani e cercare finalmente di rivelare quali sono i suoi concreti progetti politici. Tutt’al più, conclude Benoit, il dopo-dibattito potrebbe creare un piccolo bounce (incremento di popolarità) del tutto simile a quello post-convention. Non è fondamentale, ma è importate; soprattutto se il candidato è capace di cavalcarlo e sfruttarne il momentum fino al 6 novembre. 
 
Questo articolo è apparso originariamente su: Europa
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