Parte il totto-nomine. Ecco tutti i nomi del nuovo governo Obama

 
I due pilastri dell’Amministrazione Obama non vedono l’ora di andarsene. (Foto via @ChinaFiles)
 
I sorrisi smaglianti dei democratici ancora non si sono affievoliti che già a Washington si  parla di rimpasti. Le prossime infatti saranno settimane di lotte tra poteri, tra lobby e tra i fedeli dell’Amministrazione contro le stelle nascenti che si sono fatte le ossa lavorando sul campo della campagna elettorale.

Tutti aspirano a una nuova poltrona. Intanto dall’Ufficio Ovale silenzio assoluto e anche le indiscrezioni solitamente fornite da volenterosi insiders  in cambio dell’anonimato sono poche  e contraddittorie. Al momento c’è spazio quindi soltanto per la speculazione. Di un paio di nomi però, forse i più famosi,  si è invece certi.  Hillary Rodman Clinton e Timothy Geithner. La prima suggerisce da tempo di volersi dedicare alla famiglia, tornare a casa per seguire (forse) più da vicino la figlia, Chelsea, nota al pubblico americano più come una ragazzina viziata che non sa bene cosa fare di se stessa che altro. I più maliziosi invece vedono nella mossa del Segretario di Stato una ritirata strategica voluta dal marito, l’ex presidente Bill, che vedrebbe di buon occhio una candidatura della moglie alle prossime primarie democratiche. 

Per il momento con sicurezza non si sa nulla a parte che la poltrona degli Esteri sembra essere contesa tra Susan Rice, attuale ambasciatrice all’Onu e grandissima amica personale di Obama, e il senatore del Massachusetts John Kerry, l’uomo che lanciò Obama nel 2004 quando gli concesse l’onore di essere il keynote speaker alla convention democratica per poi appoggiarlo senza remore nella candidatura del 2008. Una scelta difficilissima quindi resa ancora più complicata dal ruolo della Rice nella vicenda di Benghazi  e il dubbio che l’ambasciatrice abbia omesso alcune delle informazioni sulla morte dell’ambasciatore in Libia. Altro peso massimo dell’Amministrazione ad aspirare a una vita più tranquilla è il segretario del Tesoro Geithner. Sul possibile sostituto, di nuovo, si può soltanto speculare ma i nomi più menzionati dagli analisti sono quelli di Jacob Lew, attuale Chief of Staff della Casa Bianca, uomo dell’Amministrazione, fedele burocrate che garantirebbe senza troppe sorprese la continuità della politica economica di Geithner. Altri a essere in lizza (e l’informatissimo quotidiano americano Politico suggerisce che Obama preferirebbe) sono uomini che vengono da grandi carriere nel settore privato. Questa scelta avrebbe due importanti conseguenze politiche per i prossimi quattro anni: sedare le preoccupazioni repubblicane sull’economia portando un così detto job creator (una persona che ha generato posti di lavoro) all’interno dell’Amministrazione e dare inizio al lungo e penoso processo di consolidamento dei rapporti con i repubblicani. 

Tra i più quotati dai bookmakers di Washington ci sono Larry Fink della BlackRock, il fondo d’investimento più grande del mondo, Tony James del  Blackstone Group, un altro fondo d’investimento che gestisce diverse centinaia di miliardi di dollari, David Cote della Honeywell, colosso dell’industria aeronautica e automobilistica, e addirittura Eric Schmidt di  Google. Altro nome eccellente che circola è quello di Sheryl Sandberg di Facebook che un tempo lavorò al Tesoro sotto Larry Summers, ex segretario del Tesoro di Bill Clinton. Geithner però, è certo, rimarrà ancora per un po’ visto l’imminente dibattito sul così detto fiscal clift, ovvero un taglio lineare da quasi 700 miliardi di dollari che entrerà in vigore in automatico il primo gennaio se democratici e repubblicani non trovano un compromesso su tagli e imposte per ridurre il debito pubblico. Il rischio è altissimo perché, come hanno evidenziato più e più volte gli esperti, se non fatto in maniera ragionata, la riduzione della spesa pubblica degli Stati Uniti potrebbe portare l’economia verso la recessione con conseguenza negative sulla debole crescita mondiale ed europea. Qualche bagliore di speranza però c’è. Ieri lo speaker della Camera John Boehner congratulando Obama per la rielezione ha parlato di un’unità che va al di dei partiti e per la prima volta da quando ha assunto l’incarico due anni fa ha dato segnali di apertura. “Sono disponibile ad accettare nuove entrate come risultato di una crescita economica, energizzata da un codice tributario più semplice, chiaro ed equo”, ha sentenziano. Sempre nel tentativo di capitalizzare sul momento bi-partisan post-elezione il più vociferato sostituto di Leon Panetta, oggi alla Difesa e prima alla Cia, sembra essere quello di Chuck Hagel, repubblicano moderato che piace all’establishment del Gop come a quello democrat. Anche Panetta, come gli altri, anela alla pensione e a potersi ritirare nella sua casa californiana dove ogni venerdì sera si recava con un aereo privato appena uscito dal Pentagono. 

Poi c’è il ministero del Commercio dove tradizionalmente la Casa Bianca cerca di posizionare un grosso nome proveniente dal settore privato. Ma Wall Street spesso sdegna la poltrona reputandola poco più di una sorta di premio di consolazione rispetto a quella più ambita del Tesoro. In cima alla lista dei favoriti per il momento ci sono il rappresentate per il Commercio Ron Kirk e il presidente della Banca Export-Import Bank Fred Hochberg, (il quale sarebbe anche il primo ministro del commercio apertamente gay della storia Americana). Tra la fitta maglia di nomi, gossip e lotte di potere che si profilano una cosa sembra chiara: all’interno dell’Amministrazione sono necessarie nuove energie. Gli ultimi sono stati quattro anni intensi, anzi intensissimi. La crisi economica, l’Iran, gli attriti infiniti con i repubblicani, la riforma sanitaria. Molti dei fedelissimi di Obama sono stanchi. E allora non si può che sostituirli, sopratutto quando si è vinto la presidenza sostenendo di aver bisogno di tempo per portare ad una conclusione le riforme cominciate e aver detto come prima fase da nuovo presidente “il meglio deve ancora venire”. 

Questo articolo è apparso originariamente su: Pubblico

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