New York vuole tutto: la Grande Mela sfida la Silicon Valley californiana

Una proiezione del nuovo campus voluto da Bloomberg che sfiderà la Silicon Valley. (Foto via @CornellTech)
 
New York vuole sfidare la Silicon Valley e Michael Bloomberg, il suo sindaco, ha un piano. Prima attrarre le migliori menti ingegneristiche, informatiche e tecnologiche con la costruzione di una nuova università politecnica di eccellenza e poi convincerle a mettere radici in città. Da qui, secondo il primo cittadino, scaturiranno start-up, imprese in rapida espansione, posti di lavoro e nuove fonti d’entrata per il Comune.

Un progetto ambizioso e degno di un manager pubblico capace di pensare oltre la quotidianità della politica. Come ha affermato lo stesso sindaco in una recente intervista: “Voglio che New York resti la capitale del mondo, non una delle sue capitali”. Una frase sintesi di straordinaria ambizione. In una conversazione con il Mondo Seth Pinsky, direttore della New York Development Corporation (NYCDEC) racconta i dettagli del progetto. “Prima del crack Lehman la finanza impiegava tra il 7 e il 10 percento della forza lavoro di New York e generava tra il 30 e il 40 per cento delle sue entrate. Infatti quando è arrivata la crisi finanziaria la disparità con gli altri settori è diventata evidente e la città si è trovata ad affrontare una momentanea scossa economica. La risposta di Bloomberg è stata di spingere sul settore turistico e avviare investimenti per realizzare due grossi studi cinematografici in modo da attrarre case di produzione. Iniziative che hanno contribuito a differenziare l’economia della città, ma che per il sindaco non erano abbastanza. Bloomberg voleva di più”.

 Così Pinskyassieme al suo team ha passato mesi a intervistare e incontrarsi con 350 tra le migliori menti scientifiche del paese, i docenti più affermati e gli imprenditori più visionari e all’avanguardia. A fine ricerca l’NYCDEC ha notato come lo stesso consiglio continuava a essere ripetuto di volta in volta: a New York c’è spazio per sviluppare il settore dell’hi-tech e sfruttare i grandi capitali privati di una città sempre in cerca di buoni investimenti. La grande mela aveva un piano. E nel 2011 finalmente l’annuncio ufficioso del progetto tramite un editoriale scritto da Bloomberg stesso su Scientific American, la rivista dell’establishment scientifico d’oltre Atlantico. Tra le righe si spiegava la decisione della città di promuovere l’iniziativa, mettendo a servizio del progetto una parte di Roosevelt Island, un’isola tra Manhattan e il quartiere di Queens, avviando un bando di gara e assicurando la disponibilità di una sovvenzione da cento milioni di dollari per finanziare l’avvio dei lavori. Poco da stupirsi dunque se alla gara hanno partecipato le migliori scuole ingegneristiche americane. Erano tutte presenti: la californiana Stanford, le concittadine New York University, Columbia e City University of New York, la capitolina Carnegie Mellon e per finire una partnership tra la Cornell University e l’israeliana Technion. Ed è stato proprio quest’ultimo consorzio a convincere il primo cittadino. I motivi della vittoria sono numerosi. Come ha riassunto il vice sindaco di NY con delega all’economia Bob Steel: “Cornell-Technion [CornellNYC, ndr.] ha presentato il progetto più ambizioso, aggressivo e veloce da realizzare. Esattamente l’atteggiamento che New York cercava”. 

Ma guardando al dettaglio si scopre di più: l’università con base a Ithaca può contare su una rete di più di quaranta mila alumni (ex studenti) sparsi per New York molti dei quali, circa 4 mila, hanno fondato società proprie che impiegano un totale di 35 mila persone. Questo si traduce in un’incredibile rete di contatti e permette di costruire un efficace ponte tra Università e industria, aspetto fondamentale per il successo del progetto. A New York Cornell è poi proprietaria di un grande ospedale forte di 6 mila dipendenti (leggi: sa come fare business in città), si è impegnata a sviluppare un campus di circa cinquecento mila metri quadrati che potrà ospitare fino a 2.500 studenti all’anno, dispone di un fondo di investimento per start-up con risorse per 150 milioni di dollari e ha annunciato di poter contare su una donazione anonima di 350 milioni di dollari che garantirà il pronto avvio dei lavori. Technion da parte sua è considerata una delle capitali mondiali dell’information technology, tanto da essere la causa prima del nomignolo ‘start-up nation’ che nell’ambiente hi-tech si attribuisce a Israele. Racconta entusiasta in una conversazione con il Mondo Peretz Lavie, presidente dell’Università Technion: “Nel raggio di dieci chilometri dal nostro campus di Haifa, ci sono le sedi di tutte le maggiori società protagoniste del mercato tecnologico mondiale. E anche in America siamo radicati da tempo: sul Nasdaq per esempio il numero di compagnie tecnologiche di stampo israeliano è secondo soltanto a quelle americane”. 

Una partnership, dunque, che “crea un connubio perfetto tra l’eccellenza domestica e un’incredibile esperienza internazionale”, ha riassunto un Bloomberg entusiasta durante la presentazione. Sarà per questo che dalla pubblicazione del bando alla scelta del vincitore e all’avvio dei lavori, in perfetto stile pragmatico americano, sono passati soltanto un anno e due giorni. E non a caso mentre 300 studenti hanno già cominciato le lezioni, la maggior parte dei newyorchesi è ancora ignaro dell’iniziativa. Lavie spiega che “le aziende private sono così galvanizzate dal progetto che Google ha addirittura contattato per offrirci spazio [6.700 metri quadrati, ndr] all’interno dei propri uffici di New York in modo da poter subito incominciare a insegnare”. E’ infatti quasi paradossale, ma a New York c’è una mancanza strutturale di ingegneri specializzati rispetto al  gran numero di star-up in ebollizione. Tant’è, come ha confermato in una recente intervista David Karp, fondatore e CEO di Tumblr, start up newyorchese per eccellenza al pari di  FourSquare e BuzzFeed, “sono sempre a caccia di nuovi talenti”. Ma l’incredibile forza del progetto voluto da Bloomberg è sopratutto nelle sue potenzialità di sviluppo futuro. Secondo un’analisi del NYCDEC, nell’arco di tre decenni il campus genererà 23 miliardi di dollari (7,5 miliardi il valore attuale) oltre a 1,4 miliardi di dollari di entrate dirette per la città.  Non solo: con l’inizio dei lavori saranno subito creati 20 mila posti di lavoro nel settore delle costruzioni mentre a regime l’università avrà un organico di docenti, impiegati, ricercatori e lavoratori generici di 8.000 persone. Inoltre, secondo stime “prudenziali”, le start-up e gli spin-off che emergeranno da CornellNYC saranno per lo meno 600. Dal canto suo il Comune di New York per far emergere tutto questo potenziale e incentivarlo a rimanere in città è già all’opera per costruire una rete di 500 incubatori d’impresa che nelle più disparate location potranno beneficiare di agevolazioni sugli affitti e contatti privilegiati con potenziali investitori. 

Con questo progetto Bloomberg vuole quindi, sembra, dare la spinta finale a un ecosistema che negli ultimi anni è cresciuto grazie a una poderosa spinta dal basso. I numeri mostrano infatti che dal 2005 al 2010 l’occupazione nel settore hi-tech a New York è cresciuta del 30 per cento, per un totale di quasi 120 mila posti di lavoro. In modo del tutto parallelo, come evidenziato da uno studio del National Venture Capital Association (NVCA), il volume di nuovi investimenti è cresciuto fino a surclassare Boston nell’ultimo trimestre del 2011 e raggiungere il secondo posto nella classifica delle città americane. Se nel 2003 il valore complessivo degli investimenti hi-tech nell’area metropolitana di New York era pari a 1.507 milioni di dollari, nel 2011, ultimi dati disponibili, ha raggiunto i  2.759 milioni di dollari. E come Bloomberg sa bene gran parte dei nuovi posti di lavoro sono creati da società di nuova costituzione. A livello globale i numeri del centro studi GOOD, in partnership con IBM, indicano che le piccole e medie imprese (PMI) sono responsabili del 65 per cento della crescita del pil globale e impiegano circa il 90 della sua forza lavoro. Negli Stati Uniti un ormai famoso studio della Kauffman Foundation ha evidenziato come dal 1977 al 2005 nei settori più tradizionali le grandi corporation americane hanno determinato una riduzione netta di  posti di lavoro (- 1 milione all’anno) mentre le start-up e le PMI hanno aggiunto in media 3 milioni di posti di lavoro per anno. Certo non tutte le piccole e medie imprese sono start-up e viceversa, ma i numeri danno un’indicazione importante del trend in cui il sindaco di New York spera di inserirsi. Una conferma viene anche dal vecchio continente dove uno studio della Commissione europea pubblicato nel 2010 ha dimostrato che tra il 2002 e il 2010, a fronte di un aumento del numero netto di impiegati pari a 1.1 milioni, ben l’85 per cento era attribuibile alla crescita delle PMI. Come ha dichiarato in una conversazione con il Mondo il rettore del politecnico della New York University (NYU-Poli), Kattepali Sreenivasan, la cui università è arrivata al secondo posto nel bando di Bloomberg, vincendo insieme alla Carnegie Mellon e all’università di Bombay il progetto Center for Urban Science and Progress: “Questa partnership è emozionante per tutte le persone coinvolte, anche per alcuni di noi qui alla New York University. Se lo sforzo otterrà gli obiettivi prefissati non lo posso dire con certezza ma penso che l’effetto per la città sarà sicuramente benefico”. Una situazione di quelle che gli americani chiamano “win-win”, ovvero una vittoria di tutti e per tutti. 

 

Questo articolo è apparso originariamente su: Il Mondo

 

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