La fine di Norquist, il "fiscal cliff" e la nuova politica fiscale americana

 
 Norquist (foto via @WallStreet Journal)
 
Per Grover Norquist deve essere uno dei momenti peggiori della sua carriera. In poche ore, a Capodanno, l’accordo tra democratici e repubblicani sul così detto “fiscal cliff” (il precipizio fiscale) ha cancellato vent’anni di sforzi del presidente e fondatore di Americans for Tax Reform, un centro studi di forti tendenze libertarie, che da quando è stato costituito, nel 1985, promuove imperterrito quella vena anti-statalista e anti-balzello congenita al partito conservatore.

Tant’è che il 95 percento dei repubblicani che siedono oggi in Congresso sono firmatari del suo “Taxpayer Protection Pledge”, un impegno (verrebbe da chiamarlo giuramento) a non aumentare le tasse, qualsiasi la situazione. Questo, come ormai è evidente, è stato possibile fino al consumarsi del “fiscal cliff” che ha costretto i repubblicani, pena un suicidio politico alle elezioni di mid-term del 2014, a lasciarsi il giuramento di Norquist alle spalle.  Così alla fine, dopo tanto chiasso e dibattiti, scadute le agevolazioni prorogate a fine 2012, le aliquote fiscali sono passate dal 35 al 39,6 percento per tutti i cittadini con un reddito superiore ai 400 mila dollari e per le coppie con introiti combinati superiori ai 450 mila dollari; allo stesso tempo le imposte sui dividendi e i capital gains sono salite dal 15 al 20 percento; la tassa sulle eredità superiori ai 5 milioni di dollari è passata dal 35 al 40 percento;  la payroll tax che fino a capodanno ha permesso di applicare una ritenuta ridotta sugli stipendi dei dipendenti tornerà al suo valore originale del 6,2 percento; e così via. Il tutto per un aumento del gettito del 2013 calcolato intorno ai 600 miliardi di dollari. Un numero che ha fatto tirare un sospiro di sollievo a molti, ma che nel dettaglio racconta una storia dell’economia americana molto meno rosea. Secondo il Congressional Budget Office, il centro studi bi-partisan del Congresso, più dell’80 per cento delle famiglie con redditi compresi tra i 50 mila e i 200 mila dollari dovrà pagare più tasse nel 2013, mentre per le famiglie con redditi superiori l’incremento medio dei costi sarà di 1.635 dollari all’anno. In totale la “perdita” per l’economia dovuta al ridotto potere di acquisto delle famiglie nel 2013 sarà di 120 miliardi di dollari, ovvero un impatto di sette decimi di punto percentuale sulla crescita del Pil del prossimo anno. Di più. Considerando un orizzonte temporale di dieci anni il totale delle maggiori imposte che gli americani dovranno pagare arriverà a toccare i 2 mila miliardi di dollari.  
 
La situazione rimane comunque migliore di quella che sarebbe stata se nulla fosse stato fatto –afferma deciso in una conversazione con il Mondo  Eric Toder, economista del Tax Policy Center e già membro dello staff del ministro del Tesoro americano–. Tuttavia pensare in questi termini, data la presente congiuntura economica, non è assolutamente adeguato. E c’è poco di cui essere ottimisti”. La verità infatti è che anche se per il momento Norquist è l’unico a disperarsi, gli americani (come il resto del mondo) farebbero bene a preoccuparsi dei propri politici e del proprio futuro benessere economico perché di strutturale e incisivo negli interventi sanciti dall’accordo sul “cliff” c’è poco o nulla: il debito colossale da 16.400 miliardi di dollari è rimasto intatto, la spesa sanitaria non è stata (quasi) intaccata e arriverà nei prossimi 10 anni a pesare per quasi il 33 per cento sul budget americano mentre il dibattito sul ruolo di un settore pubblico in continua espansione non è stato affrontato ma solo accantonato, o come dicono gli americani “kicked down the road”, ovvero tolto dai piedi per essere affrontato in un futuro non troppo lontano.
Prossimo appuntamento a inizio marzo, quando si dovrà trovare un altro accordo sul “sequester” (tagli lineari automatici per tutti i settori governativi) e un compromesso bi-partisan sull’innalzamento del tetto del debito per scongiurarsi il ripetersi dell’impasse di un nuovo “fiscal cliff”. Solitamente un’operazione di routine del Congresso, l’innalzamento del tetto del debito è diventato uno degli appuntamenti più politicizzati della dialettica americana. Non sorprende che un discreto numero di repubblicani abbia già annunciato di voler fare ostruzionismo sulla questione e di considerare soltanto piccole concessioni in modo che la questione del limite massimo del debito sia riproposta con frequenza e con l’annessa possibilità di additare i democratici come responsabili della crescita incontrollata del livello di indebitamento del paese. Ormai la situazione è così ideologizzata che “spesso è come se repubblicani e democratici parlassero due linguaggi diversi”, spiega in una conversazione con il Mondo Memo Diriker, direttore della Franklin P. Perdue School of Business all’università di Salisbury. Quando per esempio si dibatte dei tagli alla sanità i due schieramenti intendono cose completamente diverse, quasi antitetiche. Non tutti lo sanno, ma paradossalmente la sanità americana ha il costo pro-capite maggiore rispetto a quello di tutti i paesi industrializzati ma, e questo è noto, offre il servizio peggiore. Il motivo principale per i democrat è imputabile al fatto che i costi amministrativi e di gestione sono molto più elevati che in Europa. Per i repubblicani invece non c’è verso: il problema è la demografia, la popolazione che invecchia rapidamente e il fatto che negli ultimi trent’anni la percentuale del salario che un rappresentante della classe media ha dovuto devolvere in tasse è passato dal 19,1 per cento circa al 14,3 per cento del 2007 (ultimi dati disponibili) mentre nello stesso periodo il costo per Medicare (la sanità per gli over 65 e i bambini) e Medicaid (sanità per le fasce più deboli) è salito dal 10 percento del budget nel 1963 al 25 per cento del 2011. Semplicemente questi livelli di spesa non sono più sostenibili per l’economia americana.
Ed è questo il motivo per cui “nonostante i rialzi delle piazze finanziarie nell’immediato post-cliff i mercati continuano a navigare nell’incertezza e a mostrare sfiducia  verso Washington – spiega Diriker – Perché già lo sanno: i tagli alla spesa pubblica americana prima o poi dovranno arrivare e molti avrebbero voluto sapere con esattezza le cadenze dei tagli per poterne valutare l’impatto in termini di crescita economica prospettica”. Un’azione lungimirante della politica americana avrebbe dovuto dare segno di riconoscere i problemi dell’eccessivo livello di indebitamento e degli elevati costi della sanità, dando risposte immediate sul come e sul quando i 3.600 miliardi di dollari di riduzione del Pil (considerando l’effetto moltiplicativo per il quale ogni dollaro di riduzione della spesa pubblica ha un impatto circa tre volte superiore sull’economia reale) sarebbero arrivati.  Invece nulla. Tra meno di due anni si terranno le elezioni del mid-term (con in palio un gran numero di poltrone al Congresso) e entrambi i partiti reputano che rimanere fermi sulle loro posizioni darà le migliori ciance per vincere la maggioranza assoluta al Congresso (al momento i repubblicani controllano la Camera) in modo di essere in grado di portare avanti le proposte legislative e le riforme più consone al proprio partito. 
 
I repubblicani fanno affidamento sul fatto che un presidente al secondo turno ottiene semore risultati modesti nelle elezioni del mid term – spiega Graham Williamson, capo dipartimento di Scienze Politiche all’Università di Boston in una conversazione con il Mondo–Ma secondo me fanno male. Il paese è stanco, molti additano i conservatori come responsabili dell’attuale situazione e alle elezioni del 2014 i democratici potrebbero andare molto meglio di quanto tradizione vuole”.  
 
Altro grande assente nel compromesso sul “fiscal cliff” e vittima della mentalità di sopravvivenza nel breve periodo della politica è la riforma del sistema fiscale. Gli Stati Uniti hanno uno dei sistemi di tassazione, detrazioni e incentivi vari più complicati al mondo. E’ stato calcolato che questo determina un aggravio di circa il  15 per cento in termini di risorse proprie per le piccole e medie aziende che intendono aprire una nuova attività. Dato che i tagli verranno fatti e la domanda a cui rispondere rimane soltanto quando, riformare e semplificare il sistema fiscale per incentivare nuovi investimenti ed aiutare la crescita delle piccole e medie imprese sarebbe un modo sicuro per controbilanciare la riduzione attesa di 3.6 miliardi di dollari di Pil. Resta tutto comunque in mano al Congresso in attesa di sapere se quella gran forza americana bi-partisan che è il pragmatismo riuscirà a smuovere democratici e repubblicani che come recita una battuta popolare di questi tempi a Washington: “sembra ormai che siedano in un Parlamento europeo”.
 
Questo articolo è originariamente uscito su: il Mondo
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