Fine degli squat e di una delle piu’ ricche subculture londinesi

Un pittore in uno squat di Londra east (foto via @TomHunter)
Londra. Brixton, prima periferia sud della capitale britannica. Defilato, in una stradina laterale, c’e’ lo squat di Giacomo. Venticinque anni, italiano, studente, ciclista, Giacomo vive in quella casa a due piani da più di un anno. Sorride a chi vuole entrare, indica la cucina dove bolle l’acqua per un tè. Ma appena entrati chiude con forza la porta. Non può permettersi rischi, la nuova legge anti-squat entrata in vigore a settembre ha cambiato molte cose: per chi occupa una casa sfitta è prevista una multa di 5.000 sterline (7.000 euro circa) e fino a sei mesi di galera. Lungo il corridoio ci sono arnesi da lavoro sparpagliati, le scale sono scoperchiate, pronte per essere rifatte. Dentro fa freddo, il riscaldamento funziona a malapena. «Quando siamo arrivati», racconta entusiasta a left – in casa era tutto rotto. Pian piano abbiamo risistemato e adesso ognuno ha la sua stanza con bagno e cucina. Un lusso no?».

Seduto su una poltrona recuperata per strada, Giacomo racconta di come due anni fa sia arrivato a Londra disilluso dalla situazione italiana e di come si sia subito scontrato con il problema casa: prezzi alti, qualità bassa, padroni predatori. «Quando arrivi a Londra fa tutto paura. Ma basta cercare», spiega orgoglioso, «e trovi decine di reti di attivisti che tengono d’occhio e segnalano case vuote». Che secondo uno studio della Empty Homes Agency ammontano a 100mila nella sola Londra. Un vero e proprio spreco, che contribuisce all’aumento dei prezzi degi affitti. L’occupazione, per alcuni, è l’unica soluzione. Squattare è una tradizione britannica  dagli anni Sessanta. Dai Sex Pistols ai Pogues, centinaia di musicisti, artisti, scrittori o persone che semplicemente credono in una vita comunitaria hanno vissuto un periodo della loro vita in uno dei 7.000 squat sparsi per il Regno. «Come fare altrimenti?», chiede retorica Theresa, tedesca, 24 anni, barista e pittrice. Seduta al tavolo della cucina del suo squat a Hackney, periferia nord-est della capitale, spiega che in una città dove gli affitti sono tra i più alti del mondo la vita di un artista esordiente è di fronte a un bivio: «O rinuncio ai miei sogni e pago l’affitto o squatto e vado avanti». 
Una necessità talmente riconosciuta che – fino a settembre – se una casa era vuota la permanenza degli squatter era garantita fino a quando il padrone non contattava le autorità e mostrava il suo titolo di proprietà. A quel punto il Tribunale civile poteva al massimo sfrattarli. «Quella legge permetteva di ribellarsi alle ingiuste regole del mercato», continua Liz, 27 anni, inglese, mentre prepara un caffé su un cucinino da campeggio, «e dava una possibilità anche a chi non è figlio della classe media e vuole provare la strada dell’arte». 
La scure dei conservatori londinesi
Il primo sostenitore della nuova filosofia anti-squat è Mike Weatherley, parlamentare conservatore eletto nella regione meridionale di Portslade. Senza remore, Weatherley ha cavalcato l’onda di panico e sfiducia calata su tutto il Regno Unito dopo la crisi finanziaria. Costretti a tirare la cinghia, gli elettori hanno cominciato a guardarsi intorno e a cercare chi non faceva “la sua parte”. L’occhio è caduto subito su quello che il parlamentare ha definito «un gruppo di privilegiati che vivono sulle spalle degli altri». A Weatherley hanno fatto eco i giornali conservatori come il Daily Mail, il Telegraph e il Sun,  che si sono lanciati in facili invettive giustizialiste. Eppure lo squat non può essere il vero problema se su 500mila case vuote solo 20mila sono occupate e non tutte da «bohémien scansafatiche».
Una parte non indifferente di squatter, come racconta al Guardian Duncan Shrubsole, direttore della onlus Crisis dedicata ai senza tetto, «sono persone che altrimenti vivrebbero per strada e che non hanno altra possibilità per ripararsi dai freddi inverni inglesi». Eppure, dopo mesi di polemiche, il premier David Cameron ha deciso di firmare la nuova legge. «È una manovra del tutto populista», spiega Henry, 30 anni, attivista della campagna Squash per i diritti delle occupazioni. «E non lo dico solo io: anche la polizia di Londra, si è espressa a favore del rapporto che abbiamo presentato alla Camera dei Lord. La nostra posizione è semplice: questa legge va abrogata perché la perdita è doppia. Da una parte danneggia i senzatetto, dall’altra colpisce la scena artistica britannica che da decenni conta su queste realtà per trovare un suo spazio». E se prima un concerto si organizzava in quattro e quattr’otto, ora quasi nessuno si assume il rischio di essere fermato dalla polizia. Basta che un vicino si arrabbi per essere scoperti, multati e buttati fuori in pochi minuti. «Nessuno vuole andare in galera per uno spettacolo, di conseguenza sono mesi che nessuno organizza qualcosa di ambizioso», racconta triste Touko, 22 anni, finlandese, fotografo e membro di un collettivo che ha occupato a Limehouse, nel profondo east-side della capitale. Non tutto però è perduto. La nuova legge mantiene il diritto di “squat” sulle proprietà commerciali che superano una determinata dimensione e tutta l’arte, la musica, e la vita comunitaria potrebbe spostarsi li. Per il momento, però, è tutto fermo, anche perché si teme che anche questo diritto venga abrogato: Weatherley e i suoi alleati hanno già promesso battaglia.
Questo articolo e’ originariamente apparso su: Left

 

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