Il paese e’ pronto ma le istituzioni arrancano. La battaglia sul matrimonio gay negli USA

 
Sono giorni che ormai i manifestanti sono davanti alla Corte Suprema di Washington. Il paese e’ pronto (foto via @techcrunch)
È dal 2008 che la comunità gay americana aspetta questo momento. In mattinata la Corte Suprema si è riunita per cominciare a discutere due casi cardine in grado di cambiare il corso di quello che molti considerano la più importante battaglia per i diritti civili del nostro tempo: il matrimonio gay. Oggi i nove giudici supremi esprimeranno la propria opinione su Propositon 8, la legge californiana che in seguito a un referendum popolare (52 per cento a favore, 48 per cento contrario) ha inserito nella costituzione dello stato la definizione di matrimonio come “un’unione tra un uomo e una donna”, de facto impedendo alle coppie omosessuali di sposarsi.

L’accusa dei sostenitori delle unioni gay è che Proposition 8 è una legge incostituzionale in quanto non garantisce la stessa “uguaglianza di opportunità” per tutti i cittadini americani. Domani invece i giudici supremi saranno chiamati a esprimersi sul Defence Of Marriage Act (Doma), legge firmata dall’allora presidente Clinton che rimette ai singoli stati il compito di decidere sui matrimoni gay e li esenta dal dover riconoscere matrimoni di persone dello stesso sesso celebrati in altri stati. Come in Italia oltre che una questione simbolica per cui una gran parte della comunità gay sente il desiderio (legittimo) di poter celebrare la propria unione secondo i canoni che la società considera più intimi e profondi, il dibattito verte anche sulle riduzioni fiscali di cui le coppie sposate possono usufruire e i gay no. Ben 1.100.
 
La sentenza che la Corte Suprema si appresta a esprimere (la decisione finale sarà presa a giugno) si impernia su una contraddizione del paese che diventa ogni giorno più evidente. Da un lato la maggioranza degli americani è ormai favorevole al matrimonio gay (l’ultimo sondaggio del Washington Post evidenzia come il 58 per cento del paese reputi sia giusto dare ai gay il diritto di sposarsi), dall’altro gli stati americani che consentono l’unione omosessuale sono soltanto nove (più Washington DC: la capitale è un distretto a se). Il paese è quindi pronto, ma le istituzioni arrancano. E i nove giudici supremi non potranno non tenerne conto. Anche per i democratici, e soprattutto per Obama, la questione è fondamentale. Una sentenza negativa della Corte sarebbe un boccone amaro da digerire. Il presidente infatti ha già da tempo fatto sapere al paese di essere favorevole al matrimonio gay e Hillary Clinton, la scorsa settimana (c’è chi dice malizioso in vista di una possibile corsa alla Casa Bianca del 2016), ha dichiarato di essere anche lei propensa all’unione tra membri dello stesso sesso.
 
Ago della bilancia della Corte sarà sempre lui, il giudice Kennedy, che meno di un anno fa, a sorpresa, votò a favore della riforma sanitaria di Obama nonostante sia seduto sullo scranno della Corte con l’etichetta di “conservatore”. I nove giudici supremi hanno da tempo messo in chiaro come la decisione (qualsiasi essa sia) sarà circoscritta alla California. È tuttavia evidente che se Propositon 8 e/o Doma dovessero essere dichiarate incostituzionali si aprirebbe uno spiraglio per centinaia di coppie gay che da anni chiedono ai rispettivi stati di essere riconosciute alla pari delle coppie eterosessuali. Come scrive il Washington Post di oggi: quasi non importa la decisione della Corte. La maggioranza del paese ha accettato le unioni gay e non si potrà più tornare indietro.

Questo articolo e’ apparso originariamente su: Europa
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