Elites pavide, troppo comodo dire: il paese va a rotoli

Uno studente in biblioteca (foto via @gullability)
Questa è un’altra storia anonima. La storia di una ragazza che vive nel Regno Unito e frequenta una delle migliori università del Paese. La storia di una ragazza che vorrebbe tornare in Italia ma non può perché con i genitori ha firmato un contratto in cui si impegna, pena ripagare i costi dell’università, a costruirsi una nuova vita all’estero. E, attenzione, quello che ha dovuto firmare non è un accordo verbale con tanto di virgolette sottintese dietro un sorriso, ma un pezzo di carta spesso, formalizzato con tanto di data, firma e controfirma il cui contenuto recita più o meno così:

«Ok, noi ti paghiamo l’università all’estero, ma tu in Italia non torni più. Ce lo devi promettere: ma-i-p-i-ù. In Italia tanto non c’è nulla per te, il Paese va a rotoli, le possibilità sono sempre meno e cercare di cambiare il paese è una battaglia che non vale la pena combattere».
Parole dure per una ventenne che oltre ad aspirazioni personali dovrebbe averne anche per il proprio Paese. Questa storia per quanto incredibile, è vera: l’ho sentita raccontare dalla protagonista e, nonostante fosse una delle poche giornate di sole del Regno Unito, la sua espressione era triste; molto, troppo. L’Italia, racconta, le manca: i gesti, le persone, il senso di comunità che deriva da quello di appartenenza e la correlata volontà di essere attivi in un posto che si considera il proprio. Si, all’estero si può trovare lavoro e fare carriera, ma la voglia di impegnarsi oltre il lavoro, la volontà di creare network, essere una delle tante rotelle del proprio paese dove rientra nel ragionamento dei genitori?

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L’equazione estero = opportunità nega che questi fattori esistano e siano importanti. Quando ho visto il volto cupo della protagonista ho immaginato che fosse lo stesso del figlio di Pier Luigi Celli, dopo aver letto la lettera aperta che il padre ex rettore della Luiss ha mandato a Repubblica qualche anno fa. Immagino la sua faccia quando, riga dopo riga, legge l’invito a scappare via, a lasciare il paese il prima possibile, a cercare fortuna, meritocrazia e successo in altre parti del mondo.
Sono rimasto colpito dalle similitudini tra le due storie, ma soprattutto – ed è questo che fa una gran rabbia – dal taglio disfattista e compiacente delle due coppie di genitori: mai, se non soltanto alla fine, in chiusura, veloce e trafelato, un mea culpa universale, una scusa sincera, un’apertura con l’intento di mettersi in discussione. Soltanto banali accuse al sistema Italia nel suo complesso e un superficiale (oltre che patetico) senso di colpa per «non aver saputo costruire un futuro ai figli nel proprio paese».
Ma quello che della lettera di Celli davvero non andava giù, come del resto del contratto firmato dalla protagonista dell’articolo, è il riferimento alla «disperata situazione dell’Italia». Pare sia arrivata dal nulla, imposta da forze esogene, arrivata a Roma come l’alieno di Flaiano. Ma non è così, assolutamente. Ogni giorno, al risveglio, le generazioni più giovani dovrebbero ricordarsene finché la prossima volta che una lettera in stile Celli viene pubblicata sia rimandata diritta al mittente, con annessa richiesta di scuse.
Banale, forse, ma come fanno i genitori a non sentire l’obbligo di evidenziare il loro coinvolgimento nel “sistema Italia”? È assolutamente incomprensibile. Quel mezzo rigo di presa di responsabilità della lettera di Celli «avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito» è penoso e del tutto insufficiente. Un ex rettore della Luiss anche ex direttore generale della RAI non può cavarsela così. Troppo facile. Il mea culpa sarebbe dovuto essere in apertura della lettera e molto più lungo. Si sarebbe dovuto leggere un testo di questo tenore:
«Figlio mio, ti lascio l’Italia in una situazione drammatica, ne ho tutte le colpe. Quando durante la mia carriera mi sono ritrovato a occupare posizioni di grande influenza come rettore della Luiss o come dirigente Rai, ho assistito troppo spesso inerme a casi di familismo, di raccomandazioni, di mediocri senza merito diventare qualcuno. Non ho mai fatto nulla di davvero radicale per fermarlo, non mi sono mai sforzato per cambiare davvero le cose. Alla fine il sistema di cui ero parte mi stava bene perché godevo dei suoi benefici.
Sai, figlio, devi anche capire che ho lavorato duro per quello che ho e non avevo voglia di rischiare. Se poi a cambiare le cose ci sono soltanto io vuol dire che ho perso in partenza e che dunque non ne vale la pena. Ma aspetta, non ho ancora finito, pazienta un altro po’.
La verità è che sì, sono dispiaciuto della situazione che ti lascio, ma  devo ammettere che non lo sono mai stato abbastanza per impegnarmi a lasciarti qualcosa di meglio. Il futuro dell’Italia non sarà troppo diverso, non illuderti. Sono troppi i personaggi al potere con il mio stesso carattere. Parti dunque che è meglio, non prendere nemmeno in considerazione la possibilità di stare qui a lottare. Di tutti gli altri, quelli che non hanno i genitori abbastanza ricchi per aiutare i propri figli ad andare all’estero non ti curare, rimarranno cittadini del paese della mediocrità al potere».
Bello sarebbe stato sentire una lettera così invece di leggere parole di un vecchio da cui è scaturita una polemica di vecchi che commentavano parole di altri vecchi. Bello sarebbe stato poter cominciare a parlare delle colpe dei padri: vedere uno dopo l’altro i grandi, gli intellettuali, i politici, dire «abbiamo sbagliato quasi tutto negli ultimi vent’anni, vogliamo provare a rimediare pian piano facendoci da parte e lasciando il posto a chi sotto di noi scalpita e ha buone idee». Invece niente, è successo proprio il contrario, i politici, gli intellettuali, i “grandi” si sono attaccati ancora di più a quello che avevano, asfissiando il resto. Peggio delle ostriche di Verga. Problema è che se i vari personaggi di Fantasticherie sono così perché non conoscono altro stili di vita, l’elite che si comporta in questo modo non ha scuse. Ed è inutile tirare fuori la retorica dei «figli, maledetti figli» e «bella la cultura italiana della famiglia». Celli, come i genitori della protagonista di questa storia e la maggioranza dell’elite italiana di oggi, è egoista e colpevole.

 

Questo articolo e’ apparso su: Linkiesta

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