Come funziona la censura Internet cinese

 
Un manifestante cinese contro la censure (foto via@DailyC)
Censura, ma a metà. Sembra questa la conclusione di due nuovi studi di Harvard sullo stato dell’arte del controllo di Internet in Cina. «Pechino – sintetizza Gary King, direttore del dipartimento che ha curato le due ricerche, in un’intervista al magazine americano The Atlantic – negli anni ha costruito un’efficientissima macchina per stanare il dissenso. Ma è molto diversa da quanto avevamo precedentemente immaginato». La novità annunciata da King è nell’aver individuato quello che appare un vero e proprio «schema di controllo» usato dai censori cinesi. Un modello in cui nulla è lasciato al caso.

Nel primo studio King e i suoi colleghi hanno costruito un network di computer in grado di monitorare 24 ore su 24 quasi 1.400 siti cinesi e allo stesso tempo di riprodurre e categorizzare i suoi contenuti: dai video, agli articoli fino all’ultimo dei commenti. Gli undici milioni di registrazioni fatte sono state poi classificate in 85 sotto-categorie (dalla politica, all’economia, all’artista dissidente Ai Wei Wei, alla cronaca locale fino ai video game) di cui è stata infine calcolata la frequenza di eliminazione, ovvero il tempo intercorso da quando il post appare sulla rete al momento in cui viene rimosso (solitamente meno di 24 ore).
Nel secondo studio, il cui obiettivo finale era molto simile a quello del primo, la metodologia scelta è stata invece quasi opposta. Il team di King ha creato un centinaio di finti profili su diverse piattaforme di social media (cinesi e non) e postato i più disparati commenti utilizzando ogni volta un linguaggio, un livello e una tipologia di critica diversa dalla precedente. I commenti (e la loro rimozione) sono stati poi analizzati nella speranza di capire i motivi dietro la censura. Il risultato è sorprendente.
Questo sì, questo no
Entrambi gli studi hanno determinato che l’obiettivo dei censori cinesi non è quello di cancellare dal Web il dissenso tout court, ma soltanto di eliminare quello con maggiori potenzialità di mobilizzazione collettiva dei cittadini. Qualche esempio può aiutare a fare chiarezza. Un commento messo in rete da King recitava: «Il Partito comunista cinese ha promesso un governo democratico e costituzionale all’inizio della guerra di resistenza contro il Giappone. Dopo Sessant’anni quella promessa non è però ancora stata mantenuta. La Cina di oggi è un paese senza integrità e la democrazia interna al partito è soltanto una scusa per mantenere le stesse persone al potere». Nonostante i toni aggressivi e di forte critica al partito, il commento è rimasto al suo posto. Illeso.
Sorte contraria è toccata invece ad un secondo commento postato in riferimento alla storia di un attentatore suicida e del suo atto volto a fermare le demolizioni di alcuni palazzi volute dal governo. Si leggeva: «Anche se fossimo in grado di verificare che la distruzione del palazzo ha causato un grave danno a Qian Minggi, dovremmo in ogni caso condannare la sua risposta estrema». Nonostante i toni quasi conciliatori il commento è stato prontamente rimosso.
Quale logica dietro queste decisioni? Una prima, più semplice interpretazione, è che il governo cinese ha deciso di lasciare una soglia minima di libertà ai suoi cittadini; una valvola di sfogo per quella che altrimenti sarebbe una pentola a pressione pronta a esplodere. Una seconda più complessa chiave di lettura può essere invece rintracciata nel lavoro del politologo Marcur Olson. L’allora docente dell’università del Maryland ha dedicato la vita a studiare le regole di quello che è poi stato chiamata «la tragedia dei beni comuni».
L’antipolitica non è un pericolo
Secondo Olson i cittadini vanno incontro a grandi difficoltà organizzative quando le battaglie da combattere sono campali e come spesso accade hanno obiettivi troppo vasti. Per esempio: se un fornitore di elettricità disonesto aggiunge alla bolletta un costo del tutto ingiustificato, ma tuttavia minimo, nonostante questo affligga tutti i consumatori allo stesso modo è difficile per questi organizzarsi assieme, manifestare e tentare di costringere la società elettrica a ritornare sui propri passi. Una logica simile è individuabile in relazione al primo commento dell’esperimento di King.
Nel post il colpevole è lo Stato, la classe dirigente nella sua totalità, il Partito. Non c’è una faccia, un nome, un oggetto specifico da cambiare o contro cui organizzarsi. Rimane tutto vago e di conseguenza inerme. Pechino ne è cosciente e lascia correre. Il secondo commento invece, nonostante i toni molto meno aggressivi, individua una faccia e un motivo di scontento ben preciso (la demolizione senza permesso delle case da parte del governo).
E proprio perché l’interesse è più specifico c’è un maggior incentivo all’organizzazione collettiva, all’azione di gruppo e alla richiesta di cambiamento. Proprio quello di cui il Partito comunista ha maggiormente paura. Censura a metà non significa dunque incapacità da parte delle strutture repressive dello stato, piuttosto un controllo quasi totale ottenuto concedendo in maniera paternalista saltuari sprazzi di rabbia.
Questo articolo e’ stato scritto per Europa
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