Il rap spiegato ai bianchi

il cantante dei Death Grips (foto via @chartattak)

Era il 1990 quando rap e hip-hop erano ormai avviati verso quella che è poi stata una rivoluzione musicale. In quegli anni, raccontano divertenti aneddoti su vecchie riviste musicali, gli afro-americani più navigati erano disorientati se non infastiditi da questa nuova forma espressiva, dalla spoken-word, d’un tratto, da acapella diventata ritmata dai beat. Fino a poco prima rabbia, frustrazione e voglia di resistenza erano espressi con il blues o il soul. Nient’altro.
Era il 1990 quando David Foster Wallace assieme all’amico di università e poi compagno di vita e avventure Mark Costello pubblicavano il volumetto Signifying Rappers: Rap and Race in the Urban Present, tradotto in Italia da Minimum Fax con il titolo Il Rap Spiegato ai Bianchi. Oggi, a ventitré anni di distanza, Little Bown Book, casa editrice d’oltre Manica, ha deciso di riproporre il saggio di Wallace e Costello con una nuova introduzione di quest’ultimo. Ma, sorge spontanea una domanda: quale il motivo? Perché pare strano ri-pubblicare un saggio così specifico (si parla sopratutto di rap e hip-hop della Golden Age) visto che il genere con l’eccezione forse del nuovo album di Kanye West vivono una sorta di stallo espressivo in cui i temi politici prima così centrali sono diventati secondari. La rabbia con cui per esempio gli N.W.A (acronimo di niggers with attitude) hanno affrontato il razzismo cantando quello che e’ poi diventato il classicoFuck the Police non esiste più. E’ confinata ai vecchi gruppi rap e hip-hop su cui Wallace e Costello si interrogano nel saggio.
Pochi mesi fa, assieme a un amico, ero sotto il palco a cantare il testo di un pezzo del tutto paragonabile a quello dei N.W.A. menzionato poco fa: Fight the Power, classico dei Public Enemy. E qualche mese prima ancora ero sotto un altro palco per un’altra esperienza simile: il concerto di Immortal Technique, rapper di Harlem, anni Duemila, terzo-mondista, pacifista alla Noam Chomsky con un passato da rude-boy che oggi rifiuta. Mentre rileggevo il saggio e la nuova introduzione di Costello un flash: in entrambi i concerti il pubblico era per la stragrande maggioranza bianco, un bianco con un’estetica del tutto particolare e difficile da definire ma che vale la pena esplorare. Gli spettatori non erano confinabili in qualche macro-categoria come succede invece spesso per altri concerti (per capirci: a vedere i Baustelle ci vanno gli hipster, da Salmo i 15 enni, da Joe T Vannelli i tamarri). Ai concerti di Immortal Technique e Public Enemy di sottoculture rappresentate nella folla ce n’erano un gran numero. (I) Il bianco più giovane: sui 18-20 anni, incazzato, rabbioso, maglietta larga con logo di qualche marca streetwear, Vans o All star ai piedi, capellino a visiera diritta. Nessuna sorpresa. Poche ragazze con estetica equivalente. (II) Un bianco appena sopra i trent’anni con una passata simpatia verso il genere metal: capelli lunghi, a volte un orecchino, inizio di pancia, giacca militare verde sgualcita. Pochi esemplari donna. (III) Il bianco dai 45 in su, square, occhiali sobri, scarpe casual troppo poco consumate per essere usate con regolarità, la testa che dondola controllata, spalle ferme. Di nuovo, donne di questo genere poche. (IV) Il timido: di qualsiasi delle tre età precedenti, prima uscita pubblica dopo parecchio tempo, camicia, jeans, scarpe Ascis, birra sempre in mano. Si muove poco ed è venuto da solo.
Immagino che se questi tipi si incrociassero per strada non scambierebbero nemmeno uno sguardo. Tirerebbero diritto. Davanti ai Public Enemy, come davanti a Immortal Technique, invece sono uno di fianco all’altro, respirano il sudore reciproco e sorridono. Poi si lasciano andare e insieme cantano saltando su e giù il ritornello simbolo dei Public Enemy: “Fight the Power …. What we got to say power to the people no delay; to make everybody see in order to fight the power that be”. Scena del tutto simile con Dance with the Devil di Technique (così il soprannome dato dai fan) quando durante il ritornello spiega: “Ask a nigga doing life if he had another chance but then again there’s always the wicked that knew in advance”.
Quale potere però? E, mi chiedo, non si sentono tutti un po’ a disagio a urlare la N word a squarciagola come fosse la loro? Pare di no. Quello di cui cantano Immortal Technique e Public Enemy, come tutti gli artisti della Golden Age, è il potere che perpetua il razzismo, l’oppressione che viene dalla narrativa dominante bianca e che si rifrange in mille sfaccettature della vita quotidiana: dalla discriminazione sul lavoro, allo stop and frisk, a un sistema carcerario in cui il 30 per cento dei detenuti è nero rispetto al 12 per cento di afro-americani su tutta la popolazione. Un mondo lontano, anzi lontanissimo da quello della grande maggioranza degli spettatori presenti.
In Consigli a Un Giovane Ribelle (Einaudi) Hitchens risponde a tutti i lettori che negli anni gli hanno chiesto come comportarsi per essere come lui, anti-sistema. L’intellettuale comincia con l’ammettere che come “sessantottino brizzolato …. fa fatica a capire cosa vuol dire oggi essere ribelle”. Prima del ’68 era più facile. Russia e Cuba erano luoghi dove l’immaginazione collettiva dell’aspirante “anti” poteva pensare di trovare un mondo diverso, un’organizzazione del lavoro sotto controllo e un modo di vita diverso. Un nemico, inteso come qualcosa nei confronti del quale ci si può mettere in opposizione era facile da trovare. L’io e l’altro con la A maiuscola erano identificabili senza troppi problemi. Adesso no, ed è per questo che Hitchens confessa di essere confuso nell’introduzione al suo ottimo libro. Perché oggi le entità a cui essere “contro” si sono moltiplicate e disperse. Non ci sono più grandi battaglie (almeno non credibili per un numero sufficiente di persone da fare una differenza).
Le nostre lotte continuano a specializzarsi in molteplici sottoculture tra cui trovare un filo comune è sempre più difficile. Siamo vegetariani, fanatici del bio, della bicicletta, del vintage (inteso come rifiuto della commodificazione), siamo ideologi del riciclo, della trasparenza del governo, dell’open data, della decrescita, etc, etc. Nessuna di queste battaglie è sbagliata, il sentimento (forse non il modo) dietro ognuna di queste posizioni può essere a suo modo condivisibile, ma e’ tutto troppo specifico per non rimanere confinato al margine. E infatti ognuno combatte la sua piccola battaglia riformista senza una visione complessiva e senza un “nemico” unico da abbattere.
E qui, forse, la connessione tra il pubblico bianco dei due concerti: sembrano essere tutti wannaberibelli in cerca di una causa. Le varie piccole battaglie elencate sopra non gli bastano, sono troppo riformiste, poco violente (non inteso per forza in senso fisico). La causa degli afro-americani messa in rima dal rap rappresenta invece una causa completa a cui vale la pena aspirare, verso cui si può sentire una rabbia sincera e una frustrazione che è per una volta del tutto anti-sistemica. Perché rispetto ai bianchi, gli afro-americani hanno uno strato in più che crea un’identità forte di protesta, sono in grado di identificarsi e identificare un nemico comune da andare contro senza le difficoltà elencate da Hitchens: il “power” della canzone dei Public Enemy, la “police” della canzone degli N.W.A, la “prison” di Immortal Technique. Quel pubblico bianco e’ li per invidia, vorrebbe avere una battaglia campale come quella di cui cantano gli artisti sul palco, forte di identità, ideologia e significante (inteso in senso lacaniano). Rileggere il saggio oggi può aiutare a spiegare perché.
Qui un link all’album dei Deat Grips:http://www.youtube.com/watch?v=Eld27iNfepY
Questo articolo e’ stato scritto per Minima et Moralia
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