Beats not bombs: la musica degli artisti siriani a Beirut

una foto del gruppo Hat Lan Shouf (foto via @Facebook)
Il lunedì di Radio Beirut è un appuntamento d’obbligo. Qui si riuniscono tutti quelli che nella capitale libanese aspirano a farsi un nome nel mondo del rap e dell’hip-hop. Luci soffuse, vinili in mostra dietro la postazione del dj, qualche pantalone largo e sulla testa di molti un capellino in stile baseball con una “B” ad indicare Beirut (no, non è quella di Boston).

Tra gli habitué Khairy Ebbesh e Bilad El-Sham, entrambi rapper, entrambi siriani; il primo di Damasco, il secondo di Aleppo. Nel bar, nonostante sia inizio settimana l’energia è tanta, le teste si muovono sui beat che tengono compagnia al pubblico in attesa dell’open-mic. Nell’angolo destro del bancone, Khairy Ebbesh e Bilad El-Sham aspettano il proprio turno; entrambi sanno già di cosa parleranno – perché direttamente o indirettamente l’argomento è sempre quello: un Paese in stato di guerra civile da più di due anni e di cui non si riesce ad immaginare il ritorno alla normalità. Quando finalmente tocca a loro i due rapper si danno i turni, nei momenti più intensi duettano e alla fine dedicano un applauso a un pubblico entusiasta.
Il dopo show lo concedono invece a Rolling Stone. Bilad El-Sham è un nome d’arte, un riferimento a quella che un tempo era la “Grande Siria”, un’area in cui le differenze tra chi oggi è considerato siriano, giordano, palestinese o libanese non esistevano; quando quella parte di mondo era un tutt’uno e la sua gente viveva in pace, senza guerre o fratture interne. “Fare rap in Siria – confessa il membro di Bilad El-Sham – non è mai stato facile, soprattutto ad Aleppo la città culla della musica araba. Ogni volta che incontravo musicisti locali e cercavo di coinvolgerli nel mio progetto rispondevano che le cose da americani non le avrebbero mai fatte”.
Ma pian piano la vecchia guardia musicale si è dovuta ricredere perché l’MC di Bilad El-Sham non perdeva occasione per ragionare di come non c’è nulla di intrinsecamente americano nel mettere una rima su un ritmo e che, al contrario, combinare poesia e musica è una tradizione araba. I pezzi del gruppo riflettono questo ethos: i beat sono infatti ricavati da vecchie canzoni popolari e il fez rosso indossato dal rapper durante le performance è un omaggio a Qodod Halabiya, un personaggio della televisione siriana degli anni Settanta che con uno stile simile a quello della musica di Bilad El-Sham ha, usando l’ironia, tentato per anni di sensibilizzare le persone sui temi sociali più importanti.
Meno attento alla tradizione e all’opinione degli altri musicisti è Khairy. “Per me – confessa– il rap è il miglior modo di esprimere un sentimento e nel mio caso parlare di Siria. Qualche anno fa, a Damasco, quando ho iniziato a suonare eravamo in pochi a farlo ed era molto difficile. Una volta sono addirittura venute le guardie a farmi domande e a cercare di intimidirmi. Adesso è diverso; da Beirut posso parlare apertamente di quanto succede in Siria, criticare le violenze, parlare dei morti. Cerco anche di far arrivare la nostra musica in Siria e la cosa migliore è che, sul mio esempio, altri artisti siriani ancora in Siria hanno cominciato reppare e a raccontare quanto sta accadendo nel Paese, a dire quello che la maggior parte delle persone non hanno il coraggio di dire ad alta voce”. Come tanti altri siriani Khairy, 24 anni, è scappato dal suo Paese per evitare una leva militare diventata obbligatoria dopo lo scoppio del conflitto. “La mia musica è politica, ma io non sto con nessuna delle due parti”, è la risposta a una domanda sul presidente siriano Bashar el Assad, “sto semplicemente con i morti, con i deboli e con chi soffre a causa dalla guerra. Schierarsi da una parte è stupido e in un contesto come quello attuale davvero senza alcun senso”.
Una posizione forte e di rifiuto totale della guerra che accomuna molti degli artisti siriani scappati a Beirut. La pensano allo stesso modo Hat Lan Shouf e Khebez Daule due gruppi di pop/rock di Damasco incontrati a una festa organizzata da un collettivo in uno spazio a Furn El Chebbak, quartiere nella prima periferia ovest di Beirut. Khebez Daule in arabo significa “pane per il popolo”, nome indicativo dell’ethos attivista del gruppo. “Il nostro scopo è politico – raccontano a Rolling Stone appena prima di salire sul palco improvvisato dello spazio – siamo stati fortunati abbastanza da riuscire ad andarcene dalla Siria e il minimo che possiamo fare adesso è cercare di interpretare e convogliare i sentimenti delle persone. Perché la gente comune, e questo i media se lo scordano troppo spesso, vuole soltanto vivere una vita normale e se ne frega della politica. Sono queste le persone a cui ci rivolgiamo”.
Dopo Khebez Daule è il turno di Hat Lan Shouf e del loro pop misto a cabaret. La mente dietro al gruppo, Yazan Al-Hajari, non c’è ma al suo posto il sostituto front-man per la serata, Amar Alsafadi, si contorce come il Thom Yorke nel video di Lotus mentre i toni baritonali dei ritornelli catturano un pubblico stranito dal concetto stesso di Cabaret arabo. Dopo un attimo di esitazione le persone iniziano a ballare, prima da sole, poi in coppie e infine a piccoli gruppi. I sei membri della band raccontano di essersi incontrati per caso per le strade di Hamra, quartiere nel primo est della città e uno dei pochi dove cristiani e musulmani convivono in una Beirut sempre più divisa da tensioni settarie e attentati. “Pensa che all’inizio – raccontano in una stanza appartata della casa – non ci piacevamo neanche. Ad Hamra, dove suonavamo per strada per raccattare qualche soldo e farci qualche risata, ci evitavamo e ci guardavamo un po’ in cagnesco. Poi, però, l’energia di Yazan ci ha unito e coinvolti in un progetto che speriamo di poter presto portare fuori dal Libano, magari anche in Italia”.
Qualche link alla musica.
Khairy Eibesh : https://soundcloud.com/khairy-eibesh
Bilad El-Sham: http://www.youtube.com/watch?v=_EIPSkGwzp0
Hat-Lan Shouf : http://www.youtube.com/watch?v=JgBGKTi1Kno
Khebez Daule: http://www.youtube.com/watch?v=y0YS0tAjCx0Questo articolo e’ stato scritto per Rolling Stone
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