Il boom delle startup made in Medio Oriente

un poster per il primo Hachathon organizzato a Beirut, Libano (foto via @Wamda)

Lui e’ Christopher Schroeder ed e’ considerato oggi tra i più grandi esperti del mondo delle start-up del Medio Oriente. Nel suo ultimo libro “Startup Rising”  ha descritto una realtà che secondo i dati pubblicati da un rapporto di Frost and Sullivan, società di consulenza globale, e’ cresciuta negli ultimi anni dell’800 per cento, arrivando ad attrarre investimenti per 124 milioni di dollari, il doppio rispetto al 2010.

E non solo. Grazie alla voglia di fare impresa, la penetrazione della telefonia mobile nell’area e’ oggi tra le più alte al mondo: secondo quanto certificato da Wanda, autorità sul mondo tech della regione, questa si attesta al 109 per cento della popolazione. Numeri che suggeriscono il futuro successo di qualsiasi iniziativa di e-commerce o di pubblicità sul cellulare.

 

“Il problema – dice Schroeder a Il Mondo – e’ che il Medio Oriente e’ troppo spesso guardato con diffidenza, come se poco altro, a parte guerre e conflitti, fosse possibile. Gli imprenditori devono però capire che non c’e’ nulla di diverso in questa regione rispetto alle altre e che dovunque c’e’ tecnologia c’e’ innovazione e dove c’e’ innovazione ci sono start-up”. La  narrativa disfattista nei confronti dell’area non e’ l’unico cruccio dell’ex venture capitalist reinventatosi saggista. Altro problema, racconta, e’ l’ostinarsi a pensare  in termini di Silicon Valley: Londra o Berlino come la Silicon Valley europea? Singapore come quella asiatica? E così  via per tutte le parti del mondo. Secondo Schroeder il tempo di un solo centro nevralgico non esiste più. Questo trend non a caso si nota nel mondo Arabo dove a fare da leader del settore non c’e’ una sola città, ma al contrario diversi hub si contendono il primato.

 

Uno di questi e’ Dubai dove pochi mesi fa un consorzio finanziato dall’Arabia Saudita ha lanciato Afkar.me il primo vero incubatore d’impresa della regione dove le aziende vengono finanziate fin dai primi passi e aiutate a crescere fino a raggiungere lo stadio maturo. Un’iniziativa simile e’ stata lanciata sempre a Dubai dalla locale Internet City, istituzione nata con l’intento dichiarato di trasformare gli Emirati Arabi in uno dei paesi più attraenti per strat-up e imprenditori del mondo tech: sia Arabi, sia stranieri. Tra i recenti arrivi il sito di shopping on-line Namshi, una start-up che ha attratto 34 milioni di dollari di investimenti, una parte dei quali arrivati dal colosso bancario Jp Morgan.

 

Altro centro nevralgico dell’area e’ Beirut. La capitale libanese ha recentemente visto il lancio di Zoomal  il primo sito di crowdfunding del mondo Arabo ed e’ anche la sede di Berytech, il primo acceleratore d’impresa della regione fondato nei 2000 e che nei suoi quasi 14 anni di attività ha favorito la crescita di circa 2,000 imprenditori, concesso a fondo perduto 350 mila dollari e investito 4 milioni in società tecnologiche arabe. Secondo i numeri di Samer Markdisi, docente di finanza all’università’ americana di Beirut, il valore attuale del mercato digitale della regione e’ intorno ai 5 miliardi di dollari, cifra che crescerà in maniera esponenziale fino a raggiungere i 18 miliardi di dollari nel 2018.

 

Questo articolo e’ stato scritto per Il Mondo

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