Beirut, l’altra faccia del conflitto siriano

Davanti alla vetrata di una banca a Dahiyeh (foto via@NowLebanon)Dahiyeh, prima periferia sud di Beirut, Libano. Capitale in pectore di Hezbollah, il partito radicale sciita guidato da Hassan Nasrallah. Qui da sei mesi circa si consuma l’altra faccia della guerra siriana. Dall’agosto scorso nel quartiere sono esplose sei bombe – le ultime due l’altra mattina: una contro l’Istituto di Cultura iraniano, l’altra contro l’ambasciata del Kuwait – causando un totale di 64 morti e più di trecento feriti.

D Questo senza contare l’attentato sventato a metà di metà febbraio sul lungo mare a est della città. «La dahiyeh di oggi è irriconoscibile rispetto a quella di sei mesi fa», racconta Hassan Masri, 47 anni, titolare di un negozio di piccola elettronica. «Oggi appare poco più di un quartiere fantasma – continua a raccontare mentre due occhi neri e nervosi si guardano intorno – in giro ci sono sempre meno persone, nell’aria si respira ansia costante e sembra aleggiare una sola domanda: «E se fosse quella la macchina a contenere la prossima bomba?»

Uno dei quartieri più densamente popolati del mondo arabo, dahiyeh (letteralmente «periferia») è anche una delle zone più povere della città. La sua economia ha sempre fatto perno sul riuscire a garantire prezzi bassi rispetto a quelli di altre zone della città grazie ad affitti mediamente molto minori. E fino a sei mesi fa gli abitanti di Beirut andavano nel quartiere per comprare generi di prima necessità, vestiti, pezzi di ricambio e addirittura, racconta uno dei negoziati sentiti da Linkiesta, scimmie, una moda recentemente instauratasi tra alcuni libanesi. 

Prima degli attentati il quartiere era costellato di proprietari di piccoli locali appoggiati sull’uscio della porta nell’intento di indurre indaffarati passanti a entrare e ristoratori dai sorrisi baffuti pronti a fare sconti pur di convincere le persone a sedersi. Addirittura c’era anche chi si addentrava fino a ain al sikki, un’area di dahiyeh più vicina all’aeroporto e al mare, in cerca di un vicolo dove viene venduto quasi esclusivamente sciroppo per la tosse, bevuto da alcuni locali per avvantaggiarsi delle grosse percentuali di codeina presenti al suo interno. «I problemi ci sono sempre stati – racconta Mona Haber, 26 anni, commessa dell’equivalente di una tabaccheria italiana – ma un livello di tensione come quello di questi ultimi mesi non si respirava da tempo».

Adesso, chi viene da fuori preferisce pagare di più i prodotti piuttosto che addentrarsi nella zona percorrendo quella che è stata soprannominata «l’autostrada della morte». E chi invece nel quartiere ci vive, e per strada deve passarci, si imbatte in numerosi posti di blocco sia dell’esercito libanese sia delle camice nere, soprannome dato al servizio di sicurezza di Hezbollah dai locali. I negozi che hanno deciso di non chiudere riparano le proprie vetrate dietro alte pile di sacchi di sabbia creando nel quartiere un’atmosfera da trincea della prima guerra mondiale.

Il livello di isteria in città è talmente alto che il mese scorso il rapper locale Double A The Preacherman è stato fermato con l’accusa di essere un terrorista per il semplice fatto di avere una barba lunga e appuntita dello stile dei Salafiti, uno dei gruppi religiosi sunniti più radicali. Al di là delle storie di sofferenza personale dalla trasformazione della roccaforte di Hezbollah emerge un dato politico importante: la base del Partito di Dio inizia ad essere insofferente a causa della la stretta economica, conseguenza indiretta del sostegno del partito al regime del presidente Bashar al-Assad.

Da quando infatti, nel 2012, i soldati di Hezbollah si sono avventurati oltre confine, secondo fonti interne citate dal quotidiano Libanese Now Lebanon i corpi ritornati a Dahiyeh dalla Siria sono stati circa 500. Non a caso a essere indicati come responsabili degli attentati sono stati il gruppo sunnita radicale al-Nusra e le brigate Abdullah Azzam, due delle fazioni che in Siria combatte contro il regime dei Bashar al-Assad.

La verità sembra essere che la leadership di Hezbollah quando si è decisa a intervenire in Siria mai avrebbe immaginato un conflitto tanto lungo: sperava al contrario in una rapida vittoria di Assad, successo che avrebbe dovuto poi riverberarsi sul capitale politico di Hezbollah in Libano. Non è andata così e Nasrallah e i suoi si ritrovano adesso in una posizione scomoda in cui non possono ritirarsi dalla Siria per paura di aiutare indirettamente i ribelli, ma non possono neanche rimanere nel Paese ancora per molto, pena una situazione economica sempre più precaria nella propria capitale, morti in casa e una base sempre meno propensa a sostenere la propria leadership.

Questo articolo e’ stato scritto per Linkiesta

 

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