La gentrificazione di Beirut

 

Progetto per la ristrutturazione di un quartiere di Beirut

Progetto per la ristrutturazione di un quartiere di Beirut (photo via @Arc351)

Verso la fine del marzo scorso, a Mar Michael, zona cristiana del primo est di Beirut, attivisti, gruppi di residenti e simpatizzanti, si sono ritrovati per manifestare contro la costruzione di un nuovo stradone che, se edificato, distruggerebbe le storiche scalinate del quartiere. Quella stessa sera, durante la protesta, l’artista siriano Imad Habbab, lavorava su un graffito raffigurante uno skyline in cui numerose gru innalzano palazzoni e dove quelle stesse gru vengono a rappresentare le tante croci sulla tomba di una citta’ che ha sepellito la propria identità culturale sotto la speculazione immobiliare.  Due mesi dopo nulla e’ cambiato e il comune ha confermato che il progetto andrà avanti. Un esito quasi scontato in una città ed in un paese dove l’elite ha sempre governato a scapito delle fasce più deboli, senza dimostrare alcun reale interesse per il bene pubblico. In piccolo la storia delle scalinate di Mar Michael racconta il processo di “gentrification” dell’intera Beirut. Spesso in occidente il fenomeno “gentrification” e’ interpretato come un processo nel quale quella che il sociologo americano Richard Florida ha chiamato la classe creativa arriva in un quartiere popolare per avvantaggiarsi degli affitti più bassi e finisce inevitabilmente per attrarre gli speculatori immobiliari e spingere in periferia gli abitanti originali. Narrativa che ha senza dubbio del vero (in parte anche a Beirut, soprattutto nei quartieri di Gemmayze e Mar Michael) ma che rappresenta soltanto una tra le diverse possibili spiegazioni del fenomeno. Un’altra teoria e’ quella del sociologo americano Neil Smith (1979). Secondo questo filone, la “gentrification” invece di essere guidata dalla domanda di singoli individui deriva dalla creazione di un’offerta sostenuta dal settore privato e da quello pubblico.  “E’ questo tipo di ‘gentification’ che ha trasformato Beirut”, spiega in una conversazione con Pagina99 Elie Haddad, preside della facoltà di architettura della Lebanese American University (LAU) di Beirut. Una tipologia di “gentrification” che e’ comune a molte metropoli di paesi in via di sviluppo (basta pensare al caso di Rio in preparazione ai mondiali di calcio), ma che non basta a spiegare le particolarità della capitale libanese. “In Libano – spiega Fadi Shayya, urbanista indipendente di Beirut – e soprattutto nel settore immobiliare vige una delle più violente forme di laissez-faire”. Non ci sono leggi volte a contenere la speculazione immobiliare, sono pochissime le regole concepite per limitare o porre dei vincoli alle costruzioni e non esiste alcuna norma che garantisce una percentuale minima di case popolari. Risultato più evidente di questa politica e’ stata la lenta demolizione, negli ultimi 20 anni, della maggior parte degli edifici storici di Beirut. Secondo “Save Beirut Heritage”, un gruppo di attivisti locali, negli anni Novanta le case storiche a Beirut erano 1,600 circa mentre oggi ne sono rimaste soltanto 300. Un dato significativo per capire la brutalità del processo  “gentification” della capitale soprattutto considerando che le case storiche sono legate a filo doppio con un’altra delicata questione: le vecchie regole sugli affitti. Tre anni dopo la fine della guerra civile che ha devastato il paese dal 1975 al 1990, il Parlamento emano’ un decreto per calmierare gli affitti, una legge valida ancora oggi e garanzia di affitti fino a dieci volte più bassi di quelli di mercato per migliaia di libanesi.  “Immagina un padrone di una vecchia casa costretto ad affittare appartamenti con i prezzi bloccati dalla legge sugli affitti – continua a spiegare Shayye – immagina anche che questo stesso padrone di casa e’ in perdita e che l’unico modo per disfarsi dei vecchi affittuari consiste nel far dichiarare la casa inagibile dal Comune. Ecco, ora prova a immaginare quali siano i reali incentivi!” La risposta all’invito di Shayye e’ semplice: la maggior parte dei proprietari di casa a Beirut lasciano cadere a pezzi (a volte danneggiandoli direttamente) gli edifici di loro proprieta’ e una volta ridotti in questo stato notificano il Comune il quale li definisce inagibili per questioni di sicurezza. Alla fine le case sono demolite e i terreni su cui sorgono venduti alle società immobiliari a prezzi elevati.

Il caso di Achrafieh

“Basta guardare a quanto successo ad Achrafieh per capire come la città si sta radicalmente trasformando. Il 60 per cento e’ ormai stato gentrificato”, dice Haddad. Il quartiere, situato all’interno di un’area cristiana ad est della città, e’ storicamente sempre appartenuto a diverse classi sociali: al suo interno si trovava il carpentiere cosi’ come l’aristocratico. Tutto questo oggi e’ pero’ in via di estinzione. Con il primo boom immobiliare di metà anni Novanta ed il secondo, iniziato nel 2004 ed ancora oggi in atto, la composizione sociale del quartiere si e’ radicalmente trasformata; il carpentiere e’ stato spinto in periferia, mentre l’aristocratico e’ andato ad abitare agli ultimi piani di uno dei nuovi grattacieli di lusso. Ma oltre all’allontanamento coatto della popolazione meno abbiente, il problema per molti libanesi e’ che i nuovi appartamenti sono nella maggior parte dei casi affittati a libanesi residenti all’estero o a persone del golfo e sono, di conseguenza, usati soltanto per pochi mesi all’anno. “Achrafieh sta diventando una città fantasma in cui in pochissimi possono permettersi di vivere”, racconta in una conversazione con Pagina99, Monica Basbous, giovane architetto e urbanista. La paura di Basbous vale anche per la zona della citta’ davanti alla Corniche, il lungomare di Beirut. Qui, passeggiando di notte, basta alzare lo sguardo per notare come in un palazzo di venti piani le luci accese non sono mai più di due o tre. Lo stesso vale per il centro città, quello che i libanesi chiamano downtown, forse uno dei casi di “gentrification” più violenti della storia recente. Dopo la guerra civile il centro storico della capitale era ridotto ad un cumulo di macerie. Vista la situazione, Solidere, la società dell’allora Primo Ministro libanese, Rafik Hariri, ne approfitto’ per radere al suolo le vecchie case e ricostruire il centro citta’ trasformando quello che prima era un mercato in poco più di un centro commerciale per ricchi dove la classe media libanese fa fatica a permettersi un pomeriggio di svago.

 

Il problema dello “spazio pubblico”.

“Non si può capire il fenomeno ‘gentrification’ a Beirut, senza parlare di spazio pubblico e il rapporto della città con questo concetto”, spiega Jose Manuel Madriga docente di architettura a LAU. Secondo l’architetto, al contrario dei paesi occidentali dove l’idea e’ data da molti cittadini per scontata, in Libano l’idea di spazio pubblico –in termini sia fisici, sia ideali  – semplicemente non esiste. L’unico grosso spazio verde della città, “Horsh Beirut”, e’ in verità semi-pubblico (il proprietario e’ l’ambasciata francese), mentre i pochi piccoli giardini in giro per la città si trovano nel cuore dei quartieri e sono, a causa di una città divisa su linee settarie, inaccessibili a persone di una religione diversa da quella dominante nel quartiere. Anche l’ultimo spazio semi-libero della costa della città (trattato come pubblico, ma in verità di proprietà di un privato), Rauche, e’ stato chiuso il mese scorso in vista dell’inizio di lavori per la costruzione di un nuovo resort di lusso. Questo succede anche in occidente quando e’ il privato a speculare  non c’e’ dubbio – aggiunge Madriga – ma non quando a farlo sono soggetti appartenenti al settore pubblico. Ti faccio un esempio: mi sono occupato della rigenerazione di un’area di Badajoz, cittadina della Spagna al confine con il Portogallo. I vecchi edifici presenti nell’area li abbiamo trasformati in un centro per lo studio ed in una biblioteca e durante la trasformazione del quartiere siamo sempre stati attenti a garantire il mantenimento di uno spazio pubblico accessibile a tutti. E’ gentrificazione certo, ma non dello stesso tipo. A Beirut, al contrario, un’autorità centrale e’ quasi inesistente quando si tratta del bene comune e nei casi in cui decide di intervenire e’ quasi sempre a favore di chi specula, mai il contrario.“Sarà anche per questo motivo – conclude Shayya – che mentre in molte capitali europee e del nord-America, i quartieri si gentrificano per lo più  uno alla volta, a Beirut succede contemporaneamente in diverse zone della città. “Ormai per trovare una zona non gentrificata bisogna andare fuori dai confini della municipalità di Beirut. E’ inaccettabile: la città e’ diventata soltanto per pochi e la sua identità e’ sotto attacco”, sentenzia lapidaria Basbous.

 

Questo articolo e’ stato scritto per Pagina99

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