Ineguaglianza: uno sguardo globale

IMF economist Michael Kumhof (photo via @Eurozine)

IMF economist Michael Kumhof (photo via @Eurozine)

C’e’ una variabile poco considerata nel crescente dibattito sull’ineguaglianza: la sua scala globale. Secondo una recente ricerca guidata da Christoph Lechner, consulente della Banca Mondiale e Branko Milanović, ricercatore del Centro Studi sul Reddito del Lussemburgo, dal 1988 ad oggi, l’ineguaglianza a livello mondiale invece di essere aumentata e’ diminuita.

I motivi dietro ad un dato in apparenza in contraddizione con il dibattito politico e mediatico degli ultimi anni sono a loro modo intuibili: basti pensare alla crescita di economie come Cina, India o Brasile e le milioni di persone che come conseguenza del boom economico sono state trascinate da un livello sotto la soglia di povertà ad una vita di maggior benessere economico. Ma se i motivi alla base del risultato dello studio sono comprensibili, le implicazioni politiche sono al contrario più articolate, soprattutto in relazione al dibattito sull’ineguaglianza provocato dall’uscita del libro di Thomas Piketty, l’economista della Paris School of Economics (PSE) autore di “Capital in the XXI Century”. Da un lato e’ infatti innegabile che negli ultimi venti anni nella maggior parte dei paesi occidentali il livello di ineguaglianza (in termini di reddito e di patrimonio) sia aumentato e continui ad aumentare, dall’altro, come afferma lo studio di Lakner e Milanovic (soltanto in termini di reddito), il libero mercato si e’ dimostrato per numerosi paesi in via di sviluppo uno dei principali fattori della crescita economica. Dunque un aumento della disparità dei redditi nel paese X potrebbe significare una sua diminuzione nel paese Y, realtà che rende più complicati giudizi tranchant – sia economici, sia morali – sull’aumento della diseguaglianza. Per dare un esempio torniamo al caso Cina: se da un lato la crescita dell’ultimo decennio ha contribuito a ridurre il livello di diseguaglianza del paese grazie alle migliaia di posti di lavoro creati, dall’altro quella stessa crescita ha portato ad un aumento della concentrazione del reddito e della ricchezza per il top 1 per cento degli americani (una classe spesso detentrice delle azioni delle maggiori società operanti sul mercato cinese) oltre che, come dimostra un paper di David Autor dell’MIT, essere una delle causa della compressione al ribasso dei salari di una parte dei lavoratori della classe media americana e dunque una delle cause della crescente disparità negli Stati Uniti. Argomento molto simile può essere presentato con riferimento al caso dei lavoratori non specializzati in arrivo in America. Come dimostrato da uno studio dell’economista di Harvard George Borjas questa immigrazione ha avuto conseguenze negative sul livello del reddito dei lavoratori americani privi di laurea,  ma allo stesso tempo ha agito in maniera positiva nella riduzione delle diseguaglianze nel paese di origine dei lavoratori tramite le loro rimesse. Come concludere? Tyler Cowen della George Mason University e autore di un articolo apparso sul NYT in cui lo studio di Lechner e Milanović viene ripreso, scrive che ogni critica all’ineguaglianza invece di contenere il semplice messaggio “le disparità avanzano e il capitalismo e’ un fallimento” dovrebbe annunciare una verità leggermente più sfumata, ovvero: “Nonostante i problemi economici siano ancora numerosi, viviamo in un momento storico di grande equalizzazione”. L’autore avanza poi un ulteriore argomento: denunciare l’ineguaglianza a livello di singolo paese e’ una forma di “velato nazionalismo”, in altre parole e’ solamente la paura di alcuni di perdere il proprio status quo a vantaggio di altri. Il punto di Cowen e’ di natura quasi terzomondista e contiene indubbiamente del vero, ma e’ forse anche ingiusto verso i cittadini di quei paesi occidentali in difficoltà economica e che lentamente stanno realizzando come le prospettive delle generazioni future in termini di reddito siano molto ridotte rispetto a quelle dei propri padri o nonni. Avere paura della perdita di uno status quo favorevole  e’ giustificabile, tralasciare un’importante variabile del dibattito sull’ineguaglianza molto meno.

 

Questo articolo e’ stato scritto per il Foglio

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