Normcore: piccola indagine su un nuovo trend

Esempio di look normcore (foto via @www.mouthymag.com)

Esempio di look normcore (foto via @www.mouthymag.com)

Dal New York Magazine, al Nyt, fino al Guardian passando da GQ (America), il termine normcore e’ sulla bocca di tutti. Nato da un connubio della parola normal (normale) e core (centro, essenza – come in hard-core, per intenderci), il neologismo inventato dal collettivo di artisti e trend-forecasters, K-Hole, ha l’obiettivo di descrive un sentito bisogno da parte di un crescente numero di persone di “poter volere la normalità”.

Questa tendenza, come hanno spiegato i membri del collettivo, arriva dopo un decennio caratterizzato – nella moda, come in molti altri settori della nostra società – da una disperata ricerca di individualità e da una persistente voglia di apparire, ad ogni costo, diverso. Per capirlo basta osservare l’incremento esponenziale del numero di tatuaggi (leggi:appropriazione di un rituale di una sotto-cultura critica da parte del mainstream), di camice flamboyant prive però dell’eleganza di Ferragamo o al contrario magliette rigidamente monocromatiche, jeans stretti, taglio di capelli lasciati più lunghi al centro, etc. E sarebbe proprio l’estetica esasperata del singolo ad aver portato alla situazione quasi paradossale di oggi in cui le persone più preoccupate di di/mostrare la propria individualità finiscono per definirsi soltanto tramite scelte estetiche. Il normcore invece no, e’ tutto il contrario: prima la persone e poi l’abbigliamento.

Con tono ironico e divertito, Fiona Duncan, la giornalista del Ny Mag ad avere per prima portato il neologismo all’attenzione del grande pubblico, racconta come oggi sulle strade di Soho (New York) quando osserva le persone da dietro non riesce ormai più a capire se si tratta di un giovane alla moda o al contrario di un turista di mezza età. Lanciata la frecciatina la giornalista comincia poi a descrive il normcore come una reincarnazione di Jerry Seinfeld (ricordate: l’attore di Seinfel appunto) e della sua “estenuante normalità ”; ovvero, in termini stilistici americani: il jeans slavato (ma davvero, non comprato già  slavato), le magliette con scritto grosso e al centro Coors (l’equivalente della nostra Peroni), il capellino da golf, il poter andare allo stadio senza sentirsi in obbligo di far critica culturale o giustificarsi con gli snob dello sport (questo si nota anche da noi con la pubblicazione di in nuove riviste al tema come Numero11 e L’Ultimo Uomo).

La stessa voglia di umanità senza pretese può anche essere osservata nei cinema grazie al successo di film come Boyhood  dell’americano Richard Linklater. Nei 166 minuti della pellicola vene descritta un’adolescenza come tante, anzi tantissime, altre: i problemi, le insicurezze, le gioie momentanee e le delusioni. La storia di Mason, il protagonista, (al di là dell’incredibile lavoro di 12 anni alle spalle del film) nella sua assoluta banalità affascina come un profondo respiro d’aria fresca dopo lo stress della creatività ad ogni costo. Caso simile a Boyhood, ma con altro medium, e’ quello di Stoner, romanzo di John Williams (tradotto in Italia da Ponte alle Grazie). Pubblicato nel 1965 e poi dimenticato, fu riportato all’attenzione del pubblico dal New York Review of Books nel 2007.

La storia di Stoner e’ quella di un anonimo professore dell’università’ del Missouri di inizio 20esimo secolo e della sua vita priva di qualunque tratto distintivo. Ma come Boyhood, nella sua assoluta normalità, Stoner cattura il lettore in un vortice di minute descrizioni su dubbi e lotte quotidiane a cui tutti, ma proprio tutti, possono relazionarsi. Come titola l’articolo del Ny Mag: “Siamo uno in sette milioni”. Sottointeso: smettiamo di sentirci speciali.

 

Questo articolo e’ stato scritto per IlFoglio

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