I Cannabis Social Club in Italia sono ancora un’utopia

 

Un cartello ad una manifestazione pro-legalizzazione negli Stati Uniti (photo via @smokazon)

Un cartello ad una manifestazione pro-legalizzazione negli Stati Uniti (photo via @smokazon)

 

Siamo il paese dove il dibattito sulla cannabis e’ lasciato agli insulti vicendevoli e quasi privi di contenuto tra Fedez e Carlo Giovanardi. Peggio ancora: un botta e risposta su una questione che (vedi Obama) dovrebbe essere presa seriamente ma culminata invece in un tentativo di rap (il testo lo ha scritto un fan di Giovanardi) dell’ex Ministro per i rapporti con il Parlamento: “Ragazzo che mi ascolti, non ti far fregare, la droga non fa bene, ti fa male …”. 

E ancora: no, scherzo: basta. Siamo anche il paese dove chi ha posizioni anti-depenalizzazione dell’utilizzo personale di cannabis continua ad usare argomentazioni prive di logica come “non esiste un solo consumatore di eroina che non sia passato dalla cannabis” e dimentica che: 1) se non ti sei mai drogato prima e devi scegliere da quale prodotto iniziare e’ improbabile che tu scelga la droga più pesante del mercato 2) non esiste un solo consumatore di eroina che non abbia  …. (inserire qualsiasi parola, tipo “latte”, “vino” “succhi di frutta cento per cento biologici fatta da una famiglia Amish”). Al di là degli argomenti privi di senso, dal basso qualcosa – una battaglia legale portata avanti con una visione di lungo termine – sembra muoversi.

Ho letto qualcosa su questi “primi passi” nel novembre scorso. Il Tirreno titolava “A Pisa nasce il Cannabis Social Club”, un riferimento al modello spagnolo, paese dove l’utilizzo personale nel privato e’ de facto consentito. Curioso di capire se a breve la legge italiana sulla cannabis si sarebbe davvero equiparata a quella spagnola mi sono messo in contatto con Elia de Caro, uno dei consulenti legali dell’iniziativa e con Franco D’Agata, uno dei principali animatori del movimento anti-proibizionista italiano. Ho scoperto che con i Cannabis Social Club spagnoli (a parte il nome) quelli italiani (o meglio: quelli che partiranno a metà febbraio se non ci sono imprevisti) hanno davvero poco a che fare, che le legislazione dei due paesi sono ancora molto lontane e che sperare in Italia in un cambiamento a breve e’ poco piu’ di wishful thinking.

Per capire come siamo messi in Italia partiamo da uno spiegone stile Il Post sulla Spagna e la sulla sua regolamentazione. Qui i successi del movimento anti-proibizionista sono cominciati più di venti anni fa (per una storia completa clicca qui). “Il primo passo verso quelli che oggi sono i Cannabis Social club e’ del 1993”, mi racconta D’Agata al telefono. La storia, come la racconta Martin Barriuso, storico attivista di Pannagh, e’ andata più o meno così: “Nel 1993 Arsec, un’associazione mista tra pazienti e consumatori ricreazionali di base a Barcellona, decide di mandare una lettera al Fiscal Antidroga di Catalugna (un’autorità’ legata ai tribunali spagnoli) chiedendo: ‘Se il consumo personale di cannabis non è illegale, perché non dovrebbe esserlo anche la coltivazione per uso personale?’ La risposta del Fiscal e’ stata di essere un organo legislativo e di potersi quindi esprimere soltanto ad azione compiuta. In tutta risposta i cento soci Arsec hanno coltivato 200 piante di marijuana. Di li’ a poco Arsec fu denunciato e la polizia decise di sequestrare  il raccolto. Il gruppo fece ricorso al Tribunale Supremo [l’equivalente della nostra Corte Suprema, ndr.] e vinse la causa. A questo primo successo ne seguirono altri. Tra i più eclatanti quello dei 200 associati del Kalamudia di Bilbao che nel 1994 coltivarono 600 piante di marijuana e dopo essere stati denunciati e condannati vinsero il ricorso in Tribunale. Casi simili si susseguirono negli anni a venire finché due giuristi andalusi, Munoz e Soto, affermarono che ‘in Spagna sarebbero potute nascere coltivazioni collettive nell’ambito di un gruppo chiuso di maggiorenni per uso personale e senza scopo di lucro. Le basi di quello che diventerà il modello del Cannabis Social Club e, come aggiunge D’Agata, l’inizio de “l’accettazione culturale a livello di opinione pubblica dell’uso di cannabis, questione che in Italia rimane ancora fortemente ideologica”.

 

Alla base della decisione di Munoz e Soto c’e’ la netta distinzione nel sistema legale spagnolo tra quello che costituisce “sfera pubblica” e quello che invece costituisce ‘sfera privata’. Una demarcazione che garantisce un maggior numero di libertà individuali: sia all’interno delle proprie abitazioni, sia all’interno di associazioni. Non soltanto. Come mi spiega durante una conversazione telefonica Elia de Caro “mentre in Italia la detenzione per uso personale è comportamento illecito per l’ordinamento spagnolo non lo e’. Un esempio? In Italia la detenzione per uso personale di hashish è un illecito amministrativo punito con la sospensione della patente/passaporto da uno a tre mesi, in Spagna è lecito ed è punito esclusivamente il consumo in pubblico con una sanzione amministrativa di circa 250 euro”.

E’ su questo concetto di “sfera privata”, ma soprattutto su una legge che consente l’uso privato, che i circa 300 Cannabis Social Club (CSC) oggi in attività in Spagna hanno fatto leva per espandersi. Come funziona? A differenza di quanto avviene in Olanda con i coffee-shop, i CSC sono associazioni senza alcuno scopo di lucro. Come mi spiega D’Agata: “Un numero X di membri si mette assieme, redige uno statuto, elegge un numero di incaricati, dichiara il proprio consumo mensile (per un massimo di 80 grammi pro capite, numero stabilito dalla legge spagnola oltre il quale diventa spaccio), le diverse quantità vengono poi sommate e l’equivalente in piante del quantitativo prefisso viene poi messo a coltivazione”. Il questo senso, aggiunge Elia de Caro, il CSC diventano “un’estensione collettiva di una facoltà individuale”, dunque un luogo protetto dal concetto di sfera privata della legge spagnola. Non a caso il consumo di cannabis in spazio pubblico e’ illegale ed ai membri del club e’ vietato vendere cannabis a chi non e’ un membro. Non c’e’ dubbio  – soprattutto a Barcellona – che ci sono un gran numero do che hanno sfruttato un ordinamento favorevole all’uso privato per creare un business intorno ai CSC (in Catalogna sono moltissimi i club di proprietà di italiani), ma, evidenzia D’Agata, il motore primo dei CSC non dovrebbe essere la speculazione, bensì la diffusione di una pratica e i suoi indubbi benefici. Il modello di riferimento per il movimento italiano e’ infatti quello dei Paesi Baschi, dove la speculazione e’ rimasta contenuta ed e’ prevalsa la natura associazionistica del Cannabis Social Club.

 

In Italia non c’e’ nulla di tutto questo, al massimo l’aspirazione di riuscire a giungere allo status quo spagnolo tra una decina di anni. Mi spiega di nuovo D’Agata: “Il modello che i movimenti anti-proibizionisti italiani hanno adottato ha poco a che fare con quello spagnolo. La somiglianza principale e’, come hanno fatto gli spagnoli negli anni Novanta, nel voler creare le base giuridiche per una depenalizzazione dell’uso personale di cannabis partendo da esperienze concrete dal basso. Ed e’ esattamente su questo terreno che intendiamo batterci”. In Italia il concetto di ‘sfera privata’ e’ molto diverso da quello spagnolo E’ per questo motivo che il modello iberico in Italia non può esistere. “Verrebbe chiamata associazione a delinquere”, sentenzia lapidario De Caro.

La lotta del movimento italiano anti-proibizionista invece di forzare una definizione di spazio pubblico, parte invece dall’aspetto medico e dal potenziale terapeutico della cannabis. Il motivo e’ che “al momento in Italia ci sono un numero di pazienti che hanno diritto ad acquistare determinati medicinali a base di cannabinoidi. Al momento sono un numero limitatissimo, una sessantina al massimo, ma il numero di potenziali beneficiari e’ molto più alto. Saranno migliaia”. I problemi su questo fronte sono principalmente tre: i tempi della burocrazia, i costi e lo stigma sociale legato all’utilizzo di medicinali a base di cannabinoidi. In Italia oggi ci sono due modi per accedere a questi farmaci (tra questi il Bedrocan e’ il più importante). Il primo e’ tramite le ASL. Siccome ogni regione impone le proprie regole, ognuna deve decidere sull’acquisto e inoltrare poi la richiesta al ministero della Sanità il quale a sua volta deve ordinare i prodotti all’estero. Un iter che richiede tempi lunghi e costi elevati sia per il paziente sia per il contribuente. L’acquisto del farmaco (sempre dall’estero e qui sta uno dei paradossi del sistema italiano per cui e’ illegale produrre cannabis, ma e’ possibile invece importare farmaci a base di cannabis) e’ ha carico dello stato che finisce per pagare prezzi più elevati se fosse esso stesso a coltivare la cannabis per i farmaci (nel settembre scorso il Ministero della Salute ha dato il via libera alla produzione di cannabis all’interno dello stabilimento militare di Firenze e da quest’anno gli acquisti dall’estero dovrebbero cessare ma nulla e’ ancora certo). Il secondo e’ tramite un medico privato, grazie a quella che viene chiamata una “ricetta bianca”. I tempi di questo secondo percorso sono più rapidi, ma i costi per il paziente sono molto elevati: i medicinali vengono a costare fino a 40 euro al grammo. Il terzo. Non e’ facile trovare un medico disposto a prescriver medicinali a base di cannabis e pazienti che vogliono venire allo scoperto e parlare della propria esperienza in modo da renderla più accettata all’immaginario collettivo del paese.

“Quello su cui la rete anti-proibizionista sta lavorando al momento, il gruppo di Pisa in primis, e’ la creazione di un numero di associazioni (a Pisa seguiranno Torino, Roma, Bologna e Napoli) il cui statuto specifichi in maniera inequivocabile l’intento di coltivare cannabis a scopo terapeutico e che prevede la possibilità della coltivazione a scopo ricreativo.”. Roberto, uno dei membri del gruppo di Pisa, mi spiega l’idea al telefono nel dettaglio: “Il modo migliore di affrontare la legislazione italiana rispetto alla cannabis e’ di prenderlo di petto, in maniera diretta. Al momento ci stiamo ancora consultando con alcuni avvocati riguardo agli ultimi dettagli della nostra strategia, ma per il momento – anche se la strategia potrebbe cambiare e non c’e’ nulla di definito al momento – la nostra idea e’ di annunciare tramite conferenza stampa la nostra iniziativa e tenere una piantagione nascosta nel pisano con cui servire sia chi ne ha bisogno a scopo medico, sia chi ne necessita per scopi ricreativi”.

La speranza e’ che davanti al fatto compiuto –  “creare le base giuridiche partendo da esperienze concrete dal basso”, come diceva D’Agata prima – i tribunali locali facciano decadere i reati creando così i precedenti penali per una futura richiesta di depenalizzazione dell’uso terapeutico (in caso di auto-coltivazione) e dell’uso ricreativo. I precedenti su cui questa nuova battaglia del movimento anti-proibizionista può costruire sono molto pochi, ma qualcuno esiste. C’e’ il caso di Torino del 2014 quando il comune ha approvato un ordine del giorno in cui veniva chiesto un “‘si’ per l’utilizzo della cannabis a fini terapeutici”. C’e’ il caso del Tribunale di Avezzano che nel 2010 ha stabilito che è “doveroso” per i pazienti affetti da sclerosi multipla ricevere medicine a base di cannabis e che queste vengano rimborsate dal servizio sanitario nazionale. C’e’ il caso di Cagliari del luglio scorso dove una sentenza del tribunale ha indirettamente dichiarato che la coltivazione di due piante di marijuana sul proprio terrazzo non costituisce reato. C’e’ il caso del 2013 di Ferrara in cui il giudice “Franco Attinà ha assolto due giovani, arrestati per aver coltivato quattro piante”. E ancora molti altri: Monza, Ravenna e Milano. I Cannabis Social Club a cui il titolo de Il Tirreno ha dedicato l’articolo al momento in Italia non esistono. “Sono al massimo un’aspirazione”, conclude D’Agata. L’esempio da seguire viene di nuovo dalla Spagna, più di preciso da San Sebastian, la prima città a riconoscere ufficialmente l’esistenza dei Cannabis Social Club (nel resto della Spagna sono ancora una realtà grigia, tra il vedo e il non vedo) e stabilire delle regole ed un registro. In Spagna San Sebastian e’ diventato il modello di riferimento per un’eventuale futura legge nazionale. La strada per gli attivisti italiani, seppur strutturata e con una visione che va al di là del tragi-commedia del Canapisa, sarà difficile.

Questo articolo e’ stato scritto per Vice Italia

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