Parole, parole, parole

Pazzesco

Pazzesco

Pazzesco!” e’ il titolo del nuovo libro di Luca Mastrantonio, giornalista de La Lettura, e secondo l’autore una delle parole piu’ abusate dall’italiano di oggi. Pazzesco e’ come viene descritto un fenomeno come l’ascesa di Marcelo Burlon (vedi articolo su Studio), pazzesco e’ anche uno degli aggettivi preferito di Beppe Grillo, secondo forse soltanto a zombie. Pazzesca e’ come e’ descritta la situazione di ieri sera quando in verita’ e’ successo ben poco, pazzesco e’ anche il terremoto in Nepal e il numero delle sue vittime.

Nel libro, sarebbe forse meglio dire dizionario ragionato, Mastrantonio elenca e spiega 69 nuove parole della lingua italiana mettendole in ridicolo e invitando il lettore a pensarci due volte prima di usarle un’altra volta. Per capire a che punto e’ la deriva dell’Italiano abbiamo fatto qualche domanda a Mastrantonio e a Sabrina D’Alessandro, un’artista di base a Milano, il cui Ufficio Resurrezione si occupa delle parole italiane ormai perse e in disuso (come sagittabondo e sgarzigliona). L’intervista doppia e’ terminata con la domanda “la parola piu’ brutta che senti in giro oggi?”. Per Mastrantonio e’ “maddeché’”, per D’Alessandro e’ “apericena”, la parola scelta dall’autore di Pazzesco! per descrivere l’orario della presentazione del nuovo libro.

Aiuto! George Orwell aveva ragione?

Con la riduzione dei sinonimi, la neo-lingua neutralizzava il pensiero divergente, ma manteneva per esempio il grado comparativo e superlativo, con dei prefissi come arci- e più-, solo che l’aggettivo cui si riferiscono non ha più un significato chiaro, perché non ha un suo contrario. Per esempio non abbiamo cattivissimo, ma arci-s-buono, perché cattivo è sbuono, con la s- privativa. La neolingua vuole far accettare ai suoi parlanti, ma meglio sarebbe dire i suoi parlati, perché sono parlati dalla lingua che parlano, un pensiero bipolare. Come sa bene Dave Eggers che per il “Cerchio” ha dichiaratamente omaggiato i diktat orwelliani con frasi tipo la “privacy è un furto”, che aggiornano il bipensiero di 1984, per cui “la guerra è pace”, “la libertà è schiavitù”, “l’ignoranza è forza”. Tra le parole «bipensabili» più ambigue c’è «ocoparlare», cioè parlare come oche, che è positivo se lo fanno quelli fedeli al regime, negativo se lo fanno gli altri, i “divergenti”, potremmo dire con un termine contemporaneo. Quindi? Il “mi consenta” di Berlusconi e lo “stai sereno” di Renzi sono espressioni bipolari perché la prima era la premessa di una prevaricazione verbale, la seconda una minaccia ironica.

 (Mastrantonio)

[Quello della neo-lingua, anche se espresso in altre parole, ndr.] e’ un concetto che viene ben espresso anche da Wittgenstein nel suo famoso assioma “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Il linguaggio è lo specchio della nostra percezione della realtà, le parole stesse sono il nome che diamo a ogni singola cosa che possiamo vedere, sentire e immaginare. Questo porterebbe a pensare che una contrazione del linguaggio, una diminuzione delle parole usate, può avere come effetto un’impoverimento del pensiero. Le possibilità che abbiamo di esprimerci dipendono dalla nostra padronanza del linguaggio e dunque anche dalla varietà dei termini che conosciamo, per fortuna siamo sempre in tempo ad arricchire il nostro lessico e le nostre conoscenze. Vero è che ricercando parole perdute mi sono imbattuta anche in idee perdute. De Amicis diceva che certe idee non ci verrebbero nemmeno in mente se non avessimo le parole con cui esprimerle e ne ho trovato conferma in molte parole scomparse dall’uso comune, come per esempio “incantanebbia” (colui che mangia e beve di buon ora per fare in modo che la nebbia del mattino non lo intristisca)  o “ponzamento” (il pensare e ripensare a cosa fare senza risolversi a fare nulla… adottato subito!).

 

(D’Alessandro)

 

La tentazione è di dire che la situazione è grave ma non seria. Ma prima o poi gli eredi di Flaiano ci chiederanno le royalties e quindi proviamo ad andare oltre, perché il problema è “un altro”… Questo è sinistrese, direbbe Luciano Bianciardi, mentre “andare oltre” è neo-renziano. Ecco, questo nascondersi dietro le citazioni, simulare affettazione, falsa modestia, ironia libresca è “postmoderno”: una delle tante parole “liquide” e infiammabili dell’italiano pazzesco. La situazione, chiaramente, è compromessa. Un compromesso isterico, più che storico, perché usiamo sempre di più parole che credono di avere un senso che non hanno. Pensate all’oscillazione renziana tra cultura umanistica e umanista, tra sindacato unico e unitario… E stiamo parlando del miglior comunicatore in circolazione, superiore persino a Silvio Berlusconi.

(Mastrantonio)

E se ci piacesse parlare cosi’?

La questione non è difendere il po’ con l’apostrofo come fosse il Piave, ma fare un “pò” di chiarezza sul fatto che quello può essere un primo sintomo, chiaro, di qualcosa di terribile: si inizia a scrivere “po’” con l’accento, poi le “k” al posto di “ch” e in un attimo di diventa “bimbiminkia”, che è il grado ultimo dell’involuzione umana. Adulti che per fare i giovani, i simpatici, scrivono come adolescenti kazzoni. Come Enrico Letta che su Twitter si è chiesto, parlando con Zoro, cioè Diego Bianchi, se per caso non fosse diventato un bimbominkia.

(Mastrantonio)

Il linguaggio è un organismo in continua evoluzione, come la società, molte parole scompaiono perché scompaiono le cose che definiscono e vengono sostituite da cose nuove e nuove parole, spesso connesse a usi e costumi più contemporanei. Altre volte vengono semplicemente sostituite da sinonimi che hanno la meglio, senza un motivo chiaro. Credo sia giusto che il linguaggio vada per la sua strada, l’importante è che non si perda di vista la sua l’identità, che è fatta anche dalla sua storia. La nostra lingua è talmente ricca di parole espressive e piene di idee che sarebbe un peccato perderle.

(D’Alessandro)

 

Si puo’ fare qualcosa o dobbiamo iniziare ad avere paura?

Quello che mi fa piu’ paura e’ che l’uso sempre maggiore di questa nuova lingua non mi spaventa abbastanza. Le parole elencate le uso anch’io, il libro è stato un grande alibi. Come quei giornalisti gonzo che prendono le droghe per poi scrivere il pezzo io che ho preso le droghe ora vi racconto che… E le parole sono droghe da cui non ti disintossichi tanto facilmente.

(Mastrantonio)

L‘Ufficio Resurrezione e Il Libro delle Parole Altrimenti Smarrite sono per me un inizio. Detto questo vorrei sottolineare che quella che ho per le parole di un tempo è una passione personale, mi dedico a riscoprirle perché ogni volta ci trovo qualcosa di sorprendente, una sfumatura cui non avevo mai pensato o anche semplicemente una sonorità buffa e ruspante, che mi mette allegria. In realtà non ho lo scopo di far per forza tornare in uso le parole che vado scovando, certo, ne sarei felice, ma l’Ufficio Resurrezione è soprattutto il mio modo di esprimere e condividere questa passione. Per me le parole sono come delle muse ispiratrici, le trasformo in quadri, ne faccio dei ritratti o le metto in scena perché sento di farlo. Alcuni artisti lo fanno con il paesaggio, il corpo, le forme… io lo faccio con le parole. Molte di queste parole sono secondo me incredibilmente “sanificanti”, danno una sferzata di vivacità allo spirito, sanno raccontare chi siamo in modo lucido e disarmante e una volta pronunciate risuonano come un’allegra rivelazione. Riscoprirle, ogni tanto usarle, penso che possa rendere il linguaggio meno piatto, e di conseguenza l’immaginario più vivace.  In generale credo che l’importante sia usare un linguaggio il più possibile ricco e variegato, in modo da non perdere la capacità di saper vedere e raccontare le sfumature del mondo che ci circonda.

 

(D’Alessandro)

 

Alla fine del libro c’è un cruciverba con tutti i 69 vocaboli pazzeschi. Giocare con queste parole è un modo per liberarsi dal falso dilemma tra usarle per essere alla moda o criticarle per illudersi di potersi chiamare fuori. Soluzioni non ce ne sono, il che rende il tutto più divertente. Io, intanto, mi chiedo da dove vengano le parole che uso, che usiamo, provo a immaginare dove possano andare, salgo su di loro e scendo come treni in corsa, le uso come il car-sharing. Che, appunto, cos’è? Condivisione di auto? Auto in Comune? Benecomunismo automobilistico?

(Mastrantonio)

 

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